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Perché l’export cinese vola mentre le famiglie non spendono

Come può un’economia crescere a due velocità così divergenti, con le fabbriche in piena espansione e le famiglie che si rifiutano di spendere? La risposta, secondo un’analisi di Chatham House, sta in una parola coniata dalla Banca popolare cinese nel suo comunicato di luglio: “jiegou fenhua”, ovvero “divergenza strutturale”, termine che descrive un’economia che corre su due binari separati.

Da un lato il settore manifatturiero e le esportazioni registrano una performance eccezionale: il surplus commerciale cinese di giugno ha toccato i 125 miliardi di dollari, il valore più alto di sempre, mentre il volume delle esportazioni cresce a un ritmo prossimo al 15 per cento annuo, contro un incremento delle importazioni globali inferiore al 5 per cento. Questo significa che dall’inizio del 2023 la quota di mercato mondiale della Cina è in aumento costante.

Dall’altro lato, i consumi delle famiglie restano depressi. Secondo i dati dell’Ufficio nazionale di statistica cinese, il tasso di risparmio delle famiglie urbane si avvicina al 40 per cento, contro il 33 per cento del periodo pre-pandemico, già considerato eccezionalmente alto. Le vendite al dettaglio sono cresciute solo dello 0,7 per cento nei primi sei mesi del 2026, contro oltre il 4 per cento negli Stati Uniti nello stesso periodo, e la crescita del credito complessivo all’economia ha toccato nuovi minimi storici negli ultimi tre mesi.

Il think tank individua la radice comune di queste due dinamiche nella decisione presa dalle autorità cinesi nel 2020 di dirottare capitali dal settore immobiliare, su cui l’economia si era appoggiata pesantemente dopo la crisi finanziaria globale, verso il manifatturiero. Il crollo immobiliare che ne è derivato prosegue tuttora: i prezzi medi in 70 città, rilevati mensilmente dall’Ufficio nazionale di statistica, sono scesi ancora a giugno, oltre il 20 per cento sotto il picco dell’estate 2021.

Questo crollo, spiega l’analisi, alimenta la divergenza in tre modi collegati: erode la fiducia finanziaria delle famiglie, il cui principale patrimonio è proprio la casa; spinge le imprese cinesi a cercare sbocchi all’estero quando i consumatori interni non spendono; e comprime l’inflazione domestica, rafforzando la competitività internazionale attraverso un tasso di cambio reale che si è deprezzato di circa il 15 per cento dall’inizio del 2022.

Resta aperta, per Chatham House, la domanda sul perché Pechino abbia indotto questo squilibrio. Una spiegazione è priva di calcoli geopolitici: il settore immobiliare pesava per circa un quarto del PIL cinese, e un riequilibrio aveva una sua logica economica autonoma. Ma un’altra ipotesi chiama in causa l’osservazione cinese della cosiddetta “eccezionalità americana” post-2008 e la conseguente scelta di rafforzare la Cina come potenza manifatturiera, capace di trasformare il dominio industriale in leva negoziale, come dimostrato dal regime di licenze sulle terre rare del 2025 che costrinse l’amministrazione Trump a ritirare la minaccia di dazi al 145 per cento. L’Accademia cinese delle scienze ha già individuato 63 tecnologie sensibili, tra cui dispositivi quantistici, componenti aerospaziali, biotecnologie e sistemi di catapulta elettromagnetica, potenzialmente soggette a restrizioni future.

Il commento di GrNet.it

Un cantiere fermo, gru immobili in decine di città cinesi, e accanto container in partenza carichi record verso i porti europei: è l’immagine che restituisce meglio la tesi di Chatham House. Se la lettura geopolitica regge, Pechino avrebbe scelto di sacrificare il benessere delle famiglie per consolidare un primato industriale trasformabile in leva negoziale, come già avvenuto con le terre rare nel 2025. Per l’Italia, potenza manifatturiera esposta alla concorrenza cinese su meccanica e componentistica, la questione non è solo commerciale: la lista di 63 tecnologie sensibili individuate dall’Accademia cinese delle scienze tocca settori, dall’aerospazio all’elettromagnetismo, dove la filiera nazionale dipende da fornitori asiatici. Vale la pena distinguere, tuttavia, tra ciò che i dati statistici cinesi documentano con chiarezza e ciò che resta un’ipotesi interpretativa sulle reali intenzioni di Pechino.


Fonte: Chatham House · Pubblicato il 22 luglio 2026

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