Perché il piano Trump per Gaza resta lettera morta

Chi sta realmente bloccando l’attuazione del piano di pace per Gaza proposto da Donald Trump lo scorso ottobre? Per Paul R. Pillar, analista di Responsible Statecraft, la risposta è il governo israeliano di Benjamin Netanyahu, che sta sfruttando l’attenzione mondiale concentrata sulla guerra tra Stati Uniti e Iran per intensificare la propria azione militare nella Striscia.
L’autore ricorda che l’immagine dell’Iran come minaccia regionale ha da tempo la funzione, per Israele, di distogliere lo sguardo internazionale dalla condotta israeliana stessa: una dinamica che spiegherebbe anche l’opposizione israeliana alla diplomazia con Teheran e i tentativi di comprometterla, secondo quanto riportato dal Washington Post lo scorso giugno.
Sul terreno, il cessate il fuoco entrato in vigore a ottobre non ha mai interrotto le operazioni militari offensive, limitandosi a ridurne il ritmo. Secondo dati di Al Jazeera citati nell’articolo, Israele ha ucciso più di 1.000 palestinesi nella Striscia e ne ha feriti oltre 3.000 dall’inizio di questo cessate il fuoco, con un’intensità delle operazioni che non sembra diminuita dall’avvio del conflitto con l’Iran, e che anzi potrebbe essere aumentata.
Pillar cita l’attacco della scorsa settimana a una stazione di polizia nel campo profughi di Jabalia, con almeno otto morti tra cui il capo della stazione. L’episodio si inserirebbe in una campagna più ampia contro le infrastrutture civili di Gaza, che secondo l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani ha già causato almeno 53 morti tra le forze di polizia in dodici attacchi dall’inizio dell’anno, spesso impegnate in compiti ordinari come la gestione del traffico o dei mercati.
Il piano in 20 punti risulterebbe in gran parte inattuato. Non si registrano progressi verso il ritiro israeliano: le forze armate hanno fortificato la cosiddetta “linea gialla” ed esteso il controllo territoriale dal 53 al 60 per cento della Striscia negli ultimi mesi. Gli aiuti umanitari restano ostacolati da restrizioni israeliane su un lungo elenco di beni etichettati come “dual-use”, mentre Israele avrebbe vietato l’accesso a numerose organizzazioni internazionali.
Anche il trasferimento di potere al Comitato Nazionale per l’Amministrazione di Gaza, formato dopo la dissoluzione dell’organo di governo di Hamas, resterebbe bloccato: il comitato è fermo in un hotel del Cairo perché Israele ne impedisce l’ingresso nella Striscia. La ricostruzione è ferma, la rimozione delle macerie è appena iniziata e il “Board of Peace” voluto da Trump avrebbe abbandonato l’idea di una ricostruzione integrale per un progetto pilota limitato, la cui realizzazione entro fine anno appare comunque improbabile.
Hamas, secondo l’autore, avrebbe manifestato disponibilità a cedere le armi alle condizioni previste dal piano, subordinandola però alla cessazione dei tentativi israeliani di eliminarne i leader e al rispetto degli altri punti dell’accordo. Pillar conclude che l’obiettivo israeliano nella Striscia sarebbe rendere la vita insostenibile per spingere la popolazione verso quello che i ministri israeliani chiamano ora “Free Movement Plan”, in violazione diretta del punto 12 del piano Trump, che esclude ogni trasferimento forzato.
Il commento di GrNet.it
La logica di attrito indefinito richiama più le operazioni di stabilizzazione fallite che i manuali di controguerriglia classici: occupare un territorio senza consegnarne l’amministrazione a un’autorità legittima produce, in dottrina, solo instabilità permanente e non sicurezza. Il dato dell’espansione territoriale dal 53 al 60 per cento della Striscia, in assenza di qualunque cornice politica di uscita, è l’indicatore che in una pianificazione NATO farebbe scattare una revisione degli obiettivi strategici, non la loro conferma. Per l’Italia, che nel Mediterraneo orientale ha interessi diretti in termini di stabilità energetica e flussi migratori, la distanza tra il piano dichiarato a Washington e la realtà operativa sul terreno è un promemoria sulla differenza tra annuncio politico e capacità di verifica indipendente. Resta aperta la domanda se la diplomazia italiana, storicamente più prudente su Gaza rispetto ad altri alleati europei, abbia margini reali di pressione o si limiti a osservare da distanza di sicurezza.
Fonte: Quincy · Pubblicato il 21 luglio 2026




