Cessate il fuoco USA-Iran: un equilibrio instabile tra diplomazia e diffidenza

Trentotto giorni di guerra, uno Stretto di Hormuz chiuso e un memorandum d’intesa firmato in fretta: su questi fatti si apre l’analisi che Chatham House ha pubblicato il 22 giugno 2026, dedicata alla tenuta del cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran. La tesi di fondo è che nessuna delle due parti abbia ottenuto abbastanza da poter rivendicare una vittoria netta, e che proprio questa ambiguità renda il percorso negoziale successivo particolarmente fragile.
Washington e Israele hanno dimostrato di poter penetrare le difese aeree iraniane, colpire siti nucleari e militari e decapitare segmenti della leadership di Teheran. La superiorità militare era evidente. Eppure né il cambio di regime né la resa politica rapida del governo iraniano sono stati conseguiti. Teheran, dal canto suo, ha retto all’assalto, ha condotto attacchi oltre i propri confini e ha chiuso lo Stretto, conservando così una capacità di pressione residua. Ne è uscita però economicamente indebolita, militarmente esposta e più isolata nella regione.
Il memorandum d’intesa, secondo il think tank londinese, va letto come un «pareggio diseguale»: Washington ha ottenuto un percorso per riaprire Hormuz, stabilizzare i mercati energetici e ridurre il rischio di ulteriore escalation regionale; Teheran ha guadagnato una pausa nei combattimenti, la prospettiva di riprendere le esportazioni di petrolio e la possibilità di ottenere un alleggerimento delle sanzioni. Entrambe le parti usano la diplomazia per comprare tempo.
Le ragioni di questa scelta sono speculari. Per il presidente Donald Trump, la priorità era riaprire lo Stretto prima che l’aumento dei prezzi del petrolio e dell’inflazione pesasse sulle elezioni di midterm. Per la leadership iraniana, la pausa serve a valutare i danni alle infrastrutture militari e nucleari, stabilizzare l’economia e gestire le ricadute interne del conflitto.
I negoziati dovranno affrontare quattro questioni strettamente connesse: la riapertura di Hormuz, il futuro del programma nucleare iraniano, l’alleggerimento delle sanzioni e le garanzie necessarie a tenere in piedi l’accordo. La più urgente è la prima, per l’impatto diretto su navigazione e mercati energetici. Ma Teheran ha già chiarito di non considerare Hormuz, il Libano e la minaccia di nuovi attacchi israeliani come fronti separati: il rinvio di due giorni prima dell’avvio dei colloqui a Lucerna, in Svizzera, è stato motivato proprio dall’insistenza iraniana che un cessate il fuoco tra Israele e Hezbollah facesse parte del memorandum.
Sul nucleare, il nodo centrale riguarda la continuazione dell’arricchimento dell’uranio, i limiti alla capacità residua iraniana e l’accesso che l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) potrà ottenere ai siti danneggiati e a quelli eventualmente non dichiarati. Trump dovrà presentare qualsiasi accordo finale come un miglioramento rispetto al Piano d’Azione Globale Congiunto (JCPOA) del 2015, il che rende probabile una moratoria sull’arricchimento, la diluizione o il trasferimento dell’uranio altamente arricchito e un sistema di monitoraggio più stringente. Teheran resisterà a concessioni che intacchino quello che considera un diritto sovrano e una forma di assicurazione strategica.
A tutto questo si sovrappone una sfiducia strutturale: decenni di ostilità, il ritiro americano dal JCPOA nel 2018 e due guerre successive lasciano poco spazio alla fiducia reciproca. La variabile israeliana aggiunge un ulteriore strato di incertezza, perché Teheran misurerà la credibilità di Washington anche dalla sua capacità — o volontà — di contenere eventuali nuovi attacchi israeliani contro Hezbollah.
Il commento di GrNet.it
Un tavolo negoziale a Lucerna con quattro dossier aperti e una delegazione iraniana che si presenta con due giorni di ritardo: per chi ha seguito da vicino le dinamiche dei negoziati multilaterali sul nucleare, quella sequenza non è un dettaglio procedurale ma un segnale di postura. L’Iran sta già usando la gestione del calendario come strumento di pressione, esattamente come fece nelle fasi più tese dei colloqui sul JCPOA. Per l’Italia, che dipende in misura significativa dalle rotte energetiche del Golfo e che partecipa alle missioni navali nell’area, la stabilità dello Stretto di Hormuz non è una questione astratta: ogni riapertura condizionata o reversibile si traduce in incertezza sui costi di approvvigionamento e in pressione sulle pianificazioni operative. Vale la pena chiedersi se Roma stia seguendo questi sviluppi con la stessa attenzione che riserva al fronte ucraino, o se il Medio Oriente resti ancora un teatro percepito come «americano» più che europeo.
Fonte: Chatham House · Pubblicato il 22 giugno 2026



