Teheran punta sulla guerra a bassa intensità per logorare Trump

Dal memorandum d’intesa siglato a giugno 2026 tra Washington e Teheran a oggi, la traiettoria della crisi tra Stati Uniti e Iran ha seguito un percorso opposto a quello sperato dai negoziatori. Secondo Hadi Kahalzadeh, autore dell’analisi pubblicata da Responsible Statecraft, il think tank legato al Quincy Institute, l’Iran ha scelto di colpire mercantili nello Stretto di Hormuz e lanciare un attacco a sorpresa contro le forze statunitensi in Giordania non per debolezza improvvisa, ma come esito di un calcolo strategico maturato nei mesi precedenti.
La tesi centrale dell’articolo è che Teheran interpreti ormai sanzioni, negoziati, tregue temporanee e attacchi militari come strumenti diversi orientati a un unico obiettivo americano: il cambio di regime. Fino a quando questa lettura resterà valida, secondo le fonti iraniane consultate dall’autore, la leadership non si aspetta alcuna reale distensione, e ritiene che il conflitto continuerà in forme diverse fino alla fine della presidenza di Donald Trump.
I danni economici sono comunque significativi: oltre 23.000 attacchi statunitensi e israeliani hanno colpito infrastrutture energetiche, industriali, di trasporto e civili, provocando la più grave contrazione del mercato del lavoro nella storia recente del paese e il tasso di inflazione più alto mai registrato. Il colpo di decapitazione del 28 febbraio, tuttavia, non ha sostituito la leadership conservatrice con figure più radicali legate ai Guardiani della Revoluzione islamica, come suggerito da parte della stampa statunitense, ma ha generato un sistema decisionale ombra più sicuro di sé, meno paziente e meno prevedibile.
Il fallimento del memorandum di giugno ha rafforzato questa lettura. Teheran ha esportato sei miliardi di dollari di petrolio come previsto dall’intesa, ma non ha mai ricevuto i dodici miliardi di asset congelati promessi da Washington; anche il meccanismo qatariota per l’allocazione di fondi destinati a beni essenziali ha generato malcontento, con accuse a Doha di aver mal gestito il processo. Questo scenario ha convinto la leadership iraniana che la pausa nei bombardamenti fosse servita agli Stati Uniti solo per ricostruire le proprie capacità difensive e riorganizzare gli obiettivi militari.
Da qui la scelta di quella che l’autore definisce «confrontazione gestita»: una deterrenza attiva calibrata per restare sotto la soglia della guerra totale, ma capace di distogliere risorse militari statunitensi, impegnare i sistemi difensivi americani e alzare il costo politico per l’amministrazione Trump, il cui indice di approvazione interna è calato a livelli senza precedenti mentre il sostegno pubblico alla guerra si è ridotto.
L’autore riconosce i rischi di questa scommessa: Teheran potrebbe sottovalutare la tolleranza di Trump per un conflitto prolungato, non ha pieno controllo sulla reazione americana e rischia di esaurire la pazienza dei vicini regionali colpiti dalle ritorsioni. Ciononostante, la leadership iraniana appare determinata a proseguire su questa linea di logoramento a basso regime, convinta che la pressione militare, finora, sia stata efficace nel danneggiare le infrastrutture ma politicamente controproducente, incapace di ottenere la capitolazione cercata da Washington.
Il commento di GrNet.it
L’analisi non affronta a fondo un aspetto che riguarda direttamente la credibilità futura di qualunque intesa negoziata con Teheran: se il precedente del memorandum di giugno, disatteso nella componente economica, diventa il riferimento con cui l’Iran valuta ogni proposta successiva, ogni tentativo diplomatico partirà da una diffidenza strutturale difficile da colmare con semplici garanzie verbali. Per Roma, che nello Stretto di Hormuz ha interessi energetici e naviga con proprie unità nella regione, il punto non è secondario: un conflitto a bassa intensità ma prolungato altera i calcoli di rischio per il traffico mercantile e per le missioni di sorveglianza marittima già in corso. La distinzione tra escalation dichiarata e logoramento tattico, che l’autore attribuisce alla nuova dottrina iraniana, meriterebbe più attenzione anche negli ambienti NATO che valutano scenari di crisi nel Golfo. Resta da capire se gli alleati europei, Italia compresa, abbiano piani aggiornati per una fase di attrito duraturo piuttosto che per un singolo evento acuto.
Fonte: Quincy · Pubblicato il 6 agosto 2026




