Il piano di investimenti della difesa britannica convince davvero la NATO?

Secondo un’analisi di Chatham House, il Defence Investment Plan (DIP) pubblicato dal governo britannico la settimana scorsa contiene elementi che renderanno il Regno Unito un partner collaborativo più attraente per gli alleati NATO, ma non delinea un percorso credibile verso gli obiettivi di spesa dichiarati.
Il documento è l’esito di un processo definito tortuoso, avviato con la Strategic Defence Review (SDR) lanciata a metà luglio 2024 e segnato fin dall’inizio da un’incertezza di fondo sulla dotazione di bilancio. Il DIP non indica una traiettoria visibile verso l’impegno del governo di destinare il 3 per cento del PIL alla difesa nella prossima legislatura, né verso l’accordo del Vertice NATO dell’Aia del 2025 che fissa il 3,5 per cento del PIL per la difesa core entro il 2035. Anche per gli anni restanti dell’attuale legislatura il piano presenterebbe una carenza di finanziamento stimata in 1,2 miliardi di sterline l’anno.
Il rapporto sottolinea come le trattative tra Ministero della Difesa, Tesoro e Downing Street sulla forma del futuro programma non siano una novità, ma questa volta si siano svolte in modo insolitamente pubblico e teatrale, seguite con preoccupazione anche da alleati e partner internazionali.
Sul piano dei numeri, il primato britannico come principale spesa per la difesa in Europa è ormai superato: entro il 2030 la Germania prevede di spendere 188,4 miliardi di euro, pari al 3,7 per cento del PIL, il doppio dei 79,1 miliardi di sterline (2,7 per cento del PIL) previsti da Londra, che rischia di scivolare anche dietro la Francia. Restano però significativi due elementi qualitativi: un consistente spostamento di spesa verso tecnologie nuove — sistemi autonomi, infrastrutture digitali, droni e la cosiddetta “hybrid navy” — e un rafforzamento degli investimenti nella difesa aerea e missilistica integrata, in risposta alle modalità di guerra praticate da Russia e Iran.
Il DIP mantiene inoltre una riserva centrale di fondi non allocati, crescente nel tempo, pensata per rispondere più agevolmente all’evoluzione della guerra contemporanea: un obiettivo che i pianificatori britannici avevano già in passato ma raramente raggiunto.
Il documento assume infine un’impostazione dichiaratamente internazionale, indicando la preferenza strategica per sviluppare la cooperazione sulle capacità con gli alleati più stretti fin dalle prime fasi di sviluppo. Tra i programmi che ne beneficiano maggiormente figurano il Global Combat Air Programme (GCAP), sviluppato con Italia e Giappone, e AUKUS, l’accordo trilaterale tra Regno Unito, Stati Uniti e Australia su sottomarini a propulsione nucleare e tecnologie avanzate. Sono previsti inoltre lavori congiunti con la Germania su armi da attacco di precisione e con i Paesi Bassi su una flotta anfibia combinata.
A sostegno di questa impostazione nasce il National Armaments Director Group (NADG), descritto come l’equivalente britannico, seppur tardivo, della Direction Générale de l’Armement francese, con un approccio per portafoglio anziché caso per caso nell’acquisizione delle capacità.
Il rapporto conclude che gli alleati NATO valuteranno il DIP come un risultato misto: preoccupa in particolare l’assestamento della spesa britannica al 2,7 per cento del PIL fino al 2029/30 e la crescente quota del bilancio destinata alla componente nucleare della difesa, salita dal 20 al 25 per cento.
Il commento di GrNet.it
Un piano che rafforza la cooperazione industriale senza garantire le risorse per sostenerla è un piano a metà, e questo vale anche per l’Italia, coinvolta direttamente nel GCAP insieme a Regno Unito e Giappone. La scelta britannica di privilegiare sistemi autonomi, difesa aerea integrata e una riserva di fondi non allocati indica una lettura realistica della guerra in corso, ma la carenza di 1,2 miliardi di sterline l’anno segnalata da Chatham House rischia di tradursi in ritardi proprio sui programmi condivisi. Per Roma, che dipende dal GCAP per il proprio salto tecnologico nell’aviazione da combattimento di sesta generazione, la tenuta finanziaria del partner britannico non è un dettaglio contabile ma una variabile operativa. Vale la pena osservare che il nuovo National Armaments Director Group, se funzionerà come la Direction Générale de l’Armement francese, potrebbe offrire un modello utile anche per la governance industriale della difesa italiana.
Fonte: Chatham House · Pubblicato il 6 luglio 2026



