Il software che decide le guerre: l’Europa rischia una nuova dipendenza da Washington

Un tavolo di lavoro ad Ankara, i capi di stato e di governo della NATO che chiudono il vertice con una dichiarazione breve ma densa di implicazioni: droni, cloud da combattimento, modelli di intelligenza artificiale, e soprattutto un impegno a renderli interoperabili tra loro. È da questo passaggio che parte l’analisi di Gustav Gressel per lo European Council on Foreign Relations (ECFR), secondo cui la promessa di interoperabilità nasconde una questione di potere tutt’altro che tecnica: chi definisce gli standard comuni controlla di fatto il modo in cui gli alleati potranno operare e aggiornare i propri sistemi militari.
Il riferimento centrale dello studio è Delta, il sistema di comando e controllo ucraino. A differenza delle piattaforme europee, Delta offre un’unica architettura digitale capace di integrare sensori, armi e reparti indipendentemente dal ramo delle forze armate o dal produttore, coordinando in tempi rapidi attacchi di artiglieria, droni, difesa aerea ed evacuazione dei feriti. Le forze armate europee, osserva l’autore, restano invece frammentate: sistemi diversi tra paesi e persino tra rami della stessa forza armata, con capacità di scambio dati limitate, come nel caso di un radar francese incapace di dialogare con un sistema di comando israeliano per semplice incompatibilità di software proprietari.
Il confronto si estende al Link 16, lo standard NATO di condivisione dati sviluppato negli anni Novanta, che scambia solo informazioni già elaborate — posizioni amiche o tracce di bersagli confermati — scartando gli echi radar non identificabili singolarmente ma potenzialmente utili se incrociati con altre fonti. I sistemi di nuova generazione come Delta superano questo limite digerendo dati grezzi da droni, radar e intercettazioni elettroniche, ottenendo un livello di consapevolezza situazionale un tempo riservato alle grandi potenze dotate di costellazioni satellitari e flotte di velivoli di sorveglianza.
Gressel individua nel Government Reference Architecture (GRA) statunitense, il software open source per l’integrazione di droni di diversi produttori, un caso emblematico delle ambiguità in gioco. Secondo sviluppatori di due aziende europee di droni intervistati dall’autore, parti sostanziali del codice sorgente del GRA non vengono rese disponibili ai partner europei, che di conseguenza non potrebbero verificare né adattare liberamente il programma alle proprie esigenze operative. A ciò si aggiungono i vincoli dell’International Traffic in Arms Regulations (ITAR), che potrebbero limitare le esportazioni europee basate su GRA: un precedente citato è quello dei missili Storm Shadow/SCALP, il cui uso contro il territorio russo fu inizialmente vietato a Kyiv perché il software di pianificazione della missione richiedeva l’autorizzazione di Washington.
La sospensione temporanea dell’assistenza militare e di intelligence a Kyiv nel marzo 2025, insieme ai dazi imposti all’Europa e alle minacce su Groenlandia, spingono l’autore a proporre un’alternativa: un’architettura realmente aperta, con codice sorgente trasparente e gestione affidata a un’autorità multinazionale indipendente, sul modello della Linux Foundation. Se Washington non accettasse questa impostazione, conclude il rapporto, l’Unione europea insieme a Canada, Norvegia, Regno Unito e Ucraina dovrebbe considerare la costruzione di un’architettura parallela, pur consapevole dei costi elevati che ciò comporterebbe.
Il commento di GrNet.it
Che cosa succede se un domani l’Italia dovesse impiegare un sistema d’arma europeo, ma il software di pianificazione della missione restasse sotto il controllo di un alleato che nega l’autorizzazione? È esattamente lo scenario già sperimentato con i missili Storm Shadow/SCALP, quando le restrizioni ITAR bloccarono per mesi l’uso ucraino contro obiettivi in territorio russo. Per le Forze Armate italiane, storicamente abituate a integrare piattaforme di provenienza mista (americana, europea, nazionale) in architetture C2 non sempre comunicanti, il nodo sollevato da ECFR non è astratto: riguarda la capacità futura di impiegare autonomamente i propri assetti in scenari che Washington potrebbe non condividere. La proposta di un’architettura aperta e gestita da un’autorità multinazionale meriterebbe una valutazione tecnica seria da parte dello Stato Maggiore della Difesa, prima che l’adesione a standard esterni diventi un fatto compiuto.
Fonte: ECFR · Pubblicato il 29 luglio 2026




