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Armenia al voto: la scommessa di Pashinyan tra Europa e pressioni russe

Una mattina di giugno, i seggi aperti in Armenia non registrano soltanto una competizione tra partiti: sanciscono il primo vero verdetto popolare sulla strategia estera adottata da Nikol Pashinyan dopo la sconfitta militare del 2023. È quanto emerge da un’analisi del Royal United Services Institute (RUSI) firmata da Zoe Neiman, che esamina le implicazioni regionali e geopolitiche del voto parlamentare armeno.

Il contesto è segnato dall’operazione militare azerbaigiana del settembre 2023, che ha portato alla dissoluzione della Repubblica di Artsakh autoproclamata nel Nagorno-Karabakh e allo sfollamento forzato di oltre 100.000 armeni etnici verso la madrepatria. Quell’evento ha riconfigurato il dibattito di politica estera in Armenia, trasformandolo da questione d’élite a tema centrale della vita politica interna.

Pashinyan ha risposto con quella che ha denominato dottrina «Real Armenia»: un approccio pragmatico che privilegia la pace con i vicini, riduce la dipendenza da un singolo partner esterno e fonda la sicurezza del paese sulla realtà territoriale attuale piuttosto che su rivendicazioni storiche irrisolte. In pratica, ciò ha significato avanzare un accordo di pace con Baku, segnalare disponibilità a rivedere i riferimenti costituzionali al Nagorno-Karabakh e avviare la normalizzazione con Ankara senza le tradizionali precondizioni sul riconoscimento storico.

I critici — tra cui il movimento «Armenia più forte» di Samvel Karapetyan — accusano il governo di aver ceduto troppo ad Azerbaijan e Turchia, trasformando il pragmatismo post-bellico in una resa politica. Alle accuse di politica estera si sommano contestazioni interne: centralizzazione del potere e arretramento democratico.

La Russia mantiene una leva economica considerevole, pur avendo perso credibilità come garante della sicurezza. Nel 2025 Mosca ha rappresentato circa il 35% del commercio estero armeno, contro l’11% circa dell’Unione Europea. A fine maggio il ministro dell’Energia russo Sergej Tsivilyov ha avvertito che, proseguendo il percorso di adesione all’UE, Mosca potrebbe sospendere o rescindere unilateralmente gli accordi sulle forniture preferenziali di gas, prodotti petroliferi e diamanti grezzi. Vladimir Putin ha inoltre suggerito pubblicamente che l’Armenia indisse un referendum per scegliere tra l’Unione Economica Eurasiatica e una più stretta integrazione europea — proposta che ha introdotto una frattura geopolitica diretta nella campagna elettorale.

Sul fronte opposto, l’UE ha ampliato il proprio impegno attraverso la Missione di monitoraggio, colloqui sulla liberalizzazione dei visti e nuovi impegni di investimento annunciati al vertice della Comunità Politica Europea e al primo vertice UE-Armenia a Yerevan. Il Regno Unito ha approfondito i legami con Yerevan tramite accordi di partenariato strategico. Sul piano della difesa, l’Armenia ha diversificato gli approvvigionamenti militari acquisendo sistemi da Francia e India, una tendenza resa visibile in una parata militare tenuta la settimana precedente al voto.

Washington ha invece privilegiato la diplomazia e le infrastrutture: la mediazione statunitense ha contribuito alla dichiarazione di pace Armenia-Azerbaijan dell’agosto 2025, mentre l’investimento nella rotta di transito TRIPP attraverso il sud dell’Armenia riflette un interesse strategico nella connettività est-ovest.

Secondo i ricercatori del RUSI, il voto non ridefinirà in modo netto l’orientamento geopolitico del paese: la Russia resterà influente per ragioni economiche e geografiche, mentre l’Occidente non offre ancora garanzie di sicurezza concrete. La domanda più immediata è se Pashinyan riuscirà a mantenere sufficiente legittimità interna per proseguire la diversificazione senza innescare nuove destabilizzazioni.

Chi ha seguito le evoluzioni dottrinali post-sovietiche riconosce in Armenia un caso che ricorda, per certi versi, la transizione georgiana dopo il 2008: una piccola potenza che tenta di ridefinire la propria architettura di sicurezza dopo una sconfitta, con strumenti diplomatici ed economici in assenza di ombrelli militari credibili. La differenza è che Yerevan opera in un contesto di dipendenza energetica e commerciale da Mosca molto più strutturata di quanto non fosse Tbilisi. Dal punto di vista operativo, la diversificazione degli approvvigionamenti militari — sistemi francesi e indiani affiancati all’eredità sovietica — pone problemi reali di interoperabilità, addestramento e logistica che richiedono anni per essere assorbiti, e che nessun accordo politico risolve nel breve periodo. Vale la pena distinguere tra ciò che l’analisi documenta — la presenza di equipaggiamenti stranieri alla parata — e ciò che resta da verificare: la reale capacità operativa integrata di quei sistemi nelle forze armate armene. La traiettoria descritta dal RUSI suggerisce che l’Italia, impegnata nel Mediterraneo orientale e nei Balcani, potrebbe avere interesse a seguire con attenzione l’evoluzione del corridoio TRIPP e le sue implicazioni per le rotte di connettività tra Asia ed Europa.


Fonte: RUSI · Pubblicato il 4 giugno 2026

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