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La strategia europea per contenere Putin: otto pilastri oltre la difesa militare

La sconfitta di Vladimir Putin non passerà necessariamente per il suo rovesciamento interno, bensì per l’annientamento dei suoi obiettivi esterni: la soggugazione dell’Ucraina, il ripristino dell’influenza russa sull’Europa orientale, l’indebolimento della NATO e dell’Unione Europea. Secondo l’analisi pubblicata dall’European Council on Foreign Relations, una coalizione di democrazie occidentali deve articolare una strategia multidimensionale che vada oltre la semplice resistenza militare.

Il primo elemento è la chiarezza di intenti. Finché l’Ucraina non diventerà uno stato membro dell’UE prospero, sicuro, stabile e democratico, Putin avrà raggiunto il suo «piano B»: rovinare ciò che non può controllare. La guerra, ormai più lunga della Prima guerra mondiale, non si deciderà sul campo di battaglia ma attraverso l’attrito dei sistemi logistici e della volontà politica. Il ritiro del sostegno americano sotto Trump ha complicato la difesa ucraina, ma il sblocco dei 90 miliardi di euro di aiuti europei dopo la caduta di Orbán in Ungheria dovrebbe garantire il bilancio ucraino fino alla fine del 2027.

La pressione economica rappresenta un secondo pilastro cruciale. Gli effetti paradossali della guerra commerciale di Trump contro l’Iran hanno aumentato i ricavi petroliferi russi e allentato parzialmente le sanzioni. L’Europa deve invertire questa tendenza: inasprire le misure restrittive, sostenere i colpi ucraini alle infrastrutture energetiche russe e contrastare la flotta ombra che trasporta il greggio. Quasi la metà delle esportazioni petrolifere russe passa attraverso il Mar Baltico, spesso su petroliere già sanzionate.

Il rischio di un attacco russo diretto alla NATO rimane elevato nei prossimi anni, soprattutto nel 2027-28. Putin, uomo anziano in fretta e sempre più scollegato dalla realtà, dispone di un esercito numeroso e temprato dal conflitto ucraino, mentre l’Europa è ancora in fase di riarmo e il presidente americano difficilmente onorerebbe l’articolo 5 della NATO. Tuttavia, Trump rimarrà alla Casa Bianca solo fino al gennaio 2029: questa è la finestra più favorevole per Putin per dimostrare che la NATO è una tigre di carta. Una piccola incursione in Estonia, Lituania o su un’isola baltica potrebbe bastare. L’Europa deve sviluppare rapidamente una strategia di deterrenza alternativa, basata su forze europee—incluse quelle tedesche—e su configurazioni regionali come la joint expeditionary force britannico-nordica-baltica-olandese.

Sul fronte ibrido, l’Europa non deve limitarsi alla difesa passiva. Data la portata della campagna russa di destabilizzazione, occorre anche disruptare e, in modo circoscritto, passare all’offensiva. Parallelamente, bisogna parlare alle diverse «Russie»: le élite economiche e burocratiche rimaste nel paese, la società civile più ampia e la «Altra Russia» in esilio, che desidera la sconfitta di Putin più di chiunque altro. Il messaggio comune deve essere: «un’altra relazione con la Russia è possibile, se…».

L’Europa deve inoltre contenere i propri nazionalisti populisti. Dopo la caduta di Orbán, Putin non ha un veto-player immediato a Bruxelles, ma partiti anti-liberali rimangono influenti. Un presidente francese come Jordan Bardella nel 2027 o l’AfD come primo partito al Bundestag nel 2029 offrirebbero a Putin nuove opportunità di divisione. Infine, la lezione della Guerra fredda insegna che il fattore decisivo non fu la politica estera, bensì la solidità interna delle democrazie occidentali: società sicure, prospere e attrattive. La pazienza strategica—capacità di attendere il cambiamento senza cedere—rimane la sfida più difficile e più importante.

L’analisi di Garton Ash ripropone una tesi consolidata nella tradizione atlantista europea: la vittoria non è il cambio di regime a Mosca, ma il contenimento dell’espansionismo russo. Ciò che merita attenzione è il riconoscimento esplicito della vulnerabilità NATO nel 2027-28, quando la deterrenza americana non è garantita: una finestra che costringe l’Europa—e l’Italia con essa—a ripensare l’autonomia difensiva non come aspirazione strategica ma come necessità operativa immediata. La sottolineatura della «flotta ombra» nel Baltico e della pressione economica come leve complementari alla forza militare riflette una visione realista, ma il capitolo sulla «pazienza strategica» rischia di sottovalutare quanto tempo il pubblico europeo sia disposto a tollerare uno stato di conflitto congelato.


Fonte: ECFR · Pubblicato il 26 maggio 2026

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