Un’alleanza a la carte per salvare la NATO dal suo eccesso di ambizione

Questa estate il Pentagono ha inviato agli alleati NATO un questionario che chiedeva, tra le altre cose, se condividessero le priorità di politica estera statunitensi. La stampa lo ha ribattezzato «test di lealtà», e molti in Europa vi hanno letto l’ennesimo segnale di un’alleanza sull’orlo della disgregazione per capriccio americano. Johan Wennstrom, su Responsible Statecraft, rovescia la lettura: non è Washington a logorare la NATO, ma una forma di alleanza intrinsecamente fragile, giunta al capolinea.
Secondo l’autore le radici della crisi attuale non affondano nella rielezione di Donald Trump nel 2024, ma nel trionfo della Guerra Fredda di trent’anni prima. Venuta meno la minaccia sovietica, la NATO avrebbe abbandonato il proprio ruolo di alleanza difensiva ancorata all’Atlantico per trasformarsi in una «alleanza di valori» aperta anche a Stati privi di reali capacità militari. L’obiettivo primario sarebbe diventato l’allargamento continuo — la Svezia, ultima arrivata, nel 2024 — più che la selettività, con la NATO che negli anni Novanta ha finito per fungere da anticamera per i candidati all’adesione all’Unione europea.
Richiamando il filosofo Roger Scruton, Wennstrom osserva che gli Stati ex sovietici cercavano soprattutto di recuperare le proprie identità nazionali soffocate da decenni di occupazione comunista, mentre sono stati incorporati in un’Unione europea che riduceva il continente a una grande area di scambio. NATO e UE avrebbero scommesso entrambe sulla vastità a scapito della coesione: il segretario generale, da «catalizzatore di consenso» come lo definiva Javier Solana, si sarebbe trasformato in una sorta di capo-disciplina frustrato, alle prese con membri sempre più indisciplinati.
Il ritiro statunitense dal disegno post-Guerra Fredda sotto Trump avrebbe solo accelerato una resa dei conti già inevitabile, in un parallelo che l’autore traccia con il ritiro sovietico del 1989 dai regimi satellite voluto da Mikhail Gorbaciov. Di fronte a questo, la risposta del segretario generale Mark Rutte e delle principali capitali europee — un «NATO 3.0» discusso al vertice di Istanbul di luglio — lascerebbe intatta la logica dell’alleanza limitandosi a scaricare l’onere finanziario sugli alleati non americani.
Wennstrom propone invece una NATO a carattere più nazionale, in cui la piena solidarietà militare scatterebbe solo davanti a una minaccia contro tutti i membri, lasciando ciascuno libero di partecipare alle missioni secondo i propri interessi. Fa l’esempio della Spagna, criticata per aver concentrato le proprie priorità sulla frontiera meridionale invece che sull’Ucraina, salvo poi essere rimproverata per non aver gestito la crisi migratoria di Ceuta. Il perno di questa «NATO delle nazioni» sarebbe una riscrittura dell’articolo 5, oggi vago quanto la clausola difensiva britannica onorata a suon di volantini durante la «Phoney War» del 1939. Una NATO più leggera, conclude l’autore, sarebbe paradossalmente il modo migliore per trattenere l’America nell’alleanza.
Il commento di GrNet.it
L’analisi non affronta un punto decisivo: chi decide, in tempo reale, se una crisi rientra nella clausola di difesa collettiva o resta affare nazionale da lasciare fuori dal perimetro comune. Un’alleanza a partecipazione facoltativa funziona finché la minaccia è remota, ma la pianificazione operativa NATO si fonda oggi su forze pre-assegnate e catene di comando integrate che non tollerano bene l’incertezza sull’effettiva disponibilità degli alleati. Per l’Italia, che contribuisce a missioni sia nel fianco est sia nel Mediterraneo allargato, un sistema à la carte rischierebbe di trasformare ogni impegno in una trattativa politica caso per caso, indebolendo proprio la prevedibilità che rende credibile la deterrenza. Resta un’ipotesi che merita attenzione più per la diagnosi della crisi di coesione che per la soluzione proposta.
Fonte: Quincy · Pubblicato il 3 settembre 2026




