Taiz di nuovo accerchiata: la controffensiva yemenita sostenuta da Riad è in stallo

Dal 2015 al 2017 Taiz, terza città dello Yemen, subì un assedio durato due anni. Oggi, scrive Elfadil Ibrahim in un articolo del 20 ottobre 2026 per Responsible Statecraft, testata del Quincy Institute, la città è di nuovo circondata dagli Houthi. La controffensiva del governo appoggiato da Riad, intanto, sembra essersi fermata.
Il Programma alimentare mondiale (WFP) dichiara di non riuscire a raggiungere più di 600.000 persone dentro e intorno alla città. L’Organizzazione internazionale per le migrazioni (IOM) conta oltre 200.000 sfollati dall’avvio, a settembre, dell’offensiva houthi sulla costa del Mar Rosso.
Secondo l’autore, la scelta di Taiz ha ragioni politiche e geografiche. Il governatorato ha una lunga tradizione di attivismo e di ostilità al potere religioso ereditario: i suoi poeti e giornalisti alimentarono la caduta dell’Imamato nel 1962 e le sue piazze furono un centro della rivolta del 2011 contro Ali Abdallah Saleh. Per questo gli Houthi, accusati dai critici di fondare la propria ideologia sul diritto a governare dei sayyid, discendenti del Profeta, trovano lì pochi che credano alle loro smentite sul ritorno dell’Imamato.
Sul piano geografico, Taiz è la cerniera tra la costa del Mar Rosso e gli altopiani meridionali che proteggono Aden, capitale amministrativa del governo riconosciuto, colpita la settimana scorsa da missili houthi. Il controllo dei rilievi circostanti renderebbe molto più difficile sostenere la controffensiva attorno allo stretto di Bab al-Mandab.
L’operazione «Alba dello Yemen» è stata annunciata il 5 ottobre dal presidente Rashad al-Alimi, originario di Taiz e alla guida del Consiglio presidenziale di leadership. Dichiara di voler riprendere l’intero Paese, Sana’a compresa. Nella seconda settimana le forze governative, con forte copertura aerea saudita, hanno riconquistato terreno intorno a Bab al-Mandab e Dhubab, ma Mokha, presa dagli Houthi a settembre, resta nelle loro mani.
Gli Houthi controllano un territorio contiguo e spostano uomini e materiali tra i fronti con relativa facilità. Gli avversari sono invece numerose fazioni sotto l’ombrello governativo, con comandanti e progetti politici diversi. Quando la costa occidentale è crollata, a settembre, Tareq Saleh, a capo delle Forze di resistenza nazionale, si è ritirato ad Aden, dove le unità meridionali hanno dapprima negato l’ingresso ai suoi uomini, ricordando il ruolo dello zio, allora presidente, nella guerra civile del 1994.
La guerra yemenita, già segnata da interferenze esterne, è ora ancora più legata al conflitto tra Stati Uniti e Iran. Dal mese di luglio gli Houthi hanno dichiarato un blocco contro la navigazione saudita e colpiscono il territorio del regno. L’aeroporto internazionale King Khalid di Riyadh è stato attaccato più volte in questo mese, con 13 morti e oltre 300 feriti, e la sede Aramco a Dhahran ha subito un incendio su più piani. Secondo stime Reuters, la produzione saudita di greggio è rimasta sotto i 7 milioni di barili al giorno per gran parte dei primi sei mesi di guerra, con 50 miliardi di dollari di mancati ricavi. Il Fondo monetario internazionale prevede per quest’anno una contrazione dell’economia saudita del 3,3 per cento.
Riyadh risponde con durezza agli Houthi ma con toni misurati verso Teheran, probabilmente per non chiudere la strada a un accordo tra Washington e l’Iran che riapra lo stretto di Hormuz. Le opzioni di escalation sono poche. Turchia e Pakistan hanno attivato l’Accordo di difesa comune della Mecca, ma descrivono il proprio ruolo come difensivo; il presidente egiziano al-Sisi ha chiesto al parlamento l’autorizzazione a sostenere militarmente il regno, parlando solo di difesa. Donald Trump ha ipotizzato di chiedere un maggiore coinvolgimento turco, mentre con le elezioni di metà mandato del 3 novembre, otto mesi di guerra con l’Iran senza esito e il petrolio in rialzo, una nuova campagna americana in Yemen è per la Casa Bianca l’ultima delle ipotesi.
Il pensiero ufficiale saudita traspare da una colonna di Abdulrahman al-Rashed, ex direttore di Asharq al-Awsat, che definisce il progetto houthi incompatibile con l’idea stessa di Stato e il gruppo un ulteriore proxy iraniano. Il principe ereditario Mohammed bin Salman, il 13 ottobre, ha promesso alla milizia conseguenze per i suoi attacchi.
La posizione iraniana, nota Ibrahim, è contraddittoria. Il portavoce Esmail Baghaei offre mediazione e nega ogni ruolo operativo in Yemen, mentre inchieste giornalistiche indicano consiglieri e intelligence iraniani tra i fattori della presa della costa. Il ministro degli Esteri yemenita Afrah al-Zouba ha respinto l’offerta, definendo l’Iran parte in guerra. Teheran adotta inoltre il lessico houthi, parlando di «forze armate dello Yemen» e di «blocco». Con posizioni già fissate, la sua mediazione appare in gran parte vuota, e per Riyadh sedersi al tavolo significherebbe accettare quella cornice.
Il commento di GrNet.it
Che valore ha un mediatore che nega ogni ruolo operativo mentre le inchieste citate dall’autore lo collocano tra chi ha reso possibile la presa della costa? Sul piano documentato il testo offre solo quei rapporti giornalistici; sono dichiarati, e non verificati nel dettaglio, sia la smentita di Teheran sia le ondate di attacchi aerei attribuite a Riyadh. Ciò che il terreno ha mostrato è più semplice: Mokha è ancora in mani houthi e una coalizione di fazioni con comandi separati fatica a muoversi come un’unica forza. Per chi in Italia segue le rotte del Mar Rosso, la lezione operativa è che una controffensiva senza unità di comando difficilmente produce condizioni per un negoziato.
Fonte: Quincy · Pubblicato il 20 ottobre 2026





