Chi guiderà Londra dopo Starmer erediterà un riassetto strategico irrisolto

Secondo un’analisi di Chatham House, chiunque succeda a Keir Starmer alla guida del Regno Unito dovrà confrontarsi con una trasformazione profonda dei due rapporti storicamente più importanti per Londra, quelli con Washington e con l’Europa continentale, in un contesto internazionale sempre più esposto a rischi di sicurezza.
Starmer si è dimesso lunedì. Andy Burnham, rientrato alla Camera dei Comuni dopo una vittoria netta nel collegio di Makerfield, ha annunciato la propria candidatura alla leadership lo stesso giorno. Con il sostegno dichiarato di Wes Streeting, considerato il principale sfidante possibile, Burnham appare ora il favorito per la successione: se non incontrasse opposizione entrerebbe in carica entro metà luglio, altrimenti il nuovo premier sarà insediato entro settembre.
Il dibattito pubblico si è concentrato soprattutto su temi interni, dal costo della vita alla crescita economica, dai servizi pubblici all’immigrazione, con riferimenti solo occasionali ai rapporti futuri con l’Unione europea. Il rapporto osserva però che il tempo di governo di Starmer è stato in larga parte assorbito dalla politica estera, e che chiunque gli succeda dovrà gestire un flusso continuo di crisi internazionali.
Non si tratta solo di emergenze impreviste, pur numerose nel periodo recente. La causa è strutturale: le relazioni post-belliche del Regno Unito con Stati Uniti ed Europa stanno cambiando natura, spingendo il nuovo esecutivo ad affrontare questioni strategiche di fondo rimaste irrisolte sotto Starmer, in particolare sul fronte della difesa e della sicurezza.
Tra i risultati positivi dell’esperienza di Starmer, gli autori indicano la gestione della diplomazia personale con il presidente Donald Trump, condotta evitando scontri pubblici non funzionali agli interessi britannici e leggendo correttamente la sensibilità dell’ambiente MAGA verso atteggiamenti percepiti come condiscendenti da parte europea. Vengono citati anche gli scambi di visite di stato tra Washington e Londra e la scelta di limitare il coinvolgimento britannico nella guerra tra Stati Uniti e Iran, tenendo conto delle lezioni dell’Iraq e dell’inchiesta Chilcot sull’impiego di risorse limitate in missioni statunitensi prive di un chiaro obiettivo strategico finale.
Sul versante europeo, Starmer viene descritto come un alleato credibile: ha proseguito il sostegno di lungo periodo all’Ucraina avviato dai governi precedenti, ha firmato un nuovo trattato di sicurezza con la Germania e rinnovato quello con la Francia, riconoscendo che la priorità di sicurezza del Regno Unito resta europea.
Questo successo diplomatico rischia tuttavia di essere compromesso dalla mancata gestione dei costi crescenti degli impegni di difesa, un problema che il rapporto definisce non nuovo e comune a più governi europei. Con gli Stati Uniti sempre meno disposti a garantire la sicurezza del continente, e con Washington che pianifica il ritiro di alcune risorse militari dall’Europa, il Regno Unito ha bisogno di una relazione di sicurezza e difesa di lungo periodo con gli alleati europei. La risposta britannica all’invasione russa dell’Ucraina del 2022, con l’invio di armamenti e l’addestramento delle forze ucraine anche prima di altri partner, e il lavoro di coordinamento con i paesi nordici e baltici attraverso la Joint Expeditionary Force, avevano rafforzato la credibilità di Londra come contributore attivo alla sicurezza europea post-Brexit.
Il commento di GrNet.it
L’analisi si sofferma sulla continuità diplomatica di Starmer ma lascia sullo sfondo un dato che pesa più delle formule di cortesia tra Londra e Washington: il ritiro annunciato di caccia, cacciatorpediniere e sommergibili americani dal teatro europeo cambia i parametri di pianificazione per chiunque debba garantire la difesa del fianco nord-atlantico. Per l’Italia, che condivide con Londra l’appartenenza alla Joint Expeditionary Force solo indirettamente mala dipendenza da capacità statunitensi in modo assai più diretto tramite la NATO, il caso britannico anticipa un problema che riguarderà Roma con la stessa urgenza: colmare un vuoto di deterrenza senza avere ancora messo a bilancio i costi reali dell’autonomia europea. Il rapporto descrive bene la credibilità acquisita da Londra come contributore alla sicurezza ucraina e baltica, ma tace sul fatto che credibilità politica e capacità industriale non sempre coincidono, un divario che anche i pianificatori italiani conoscono. Resta da vedere se il prossimo inquilino di Downing Street tradurrà gli impegni dichiarati in programmi di investimento coerenti, oppure se erediterà la stessa ambiguità tra ambizione strategica e risorse disponibili che ha logorato il predecessore.
Fonte: Chatham House · Pubblicato il 19 giugno 2026




