Petrolio, sei mesi di guerra e prezzi sotto le attese: cosa lo spiega

Oltre cinque milioni di barili al giorno: è il taglio delle importazioni petrolifere cinesi rispetto ai livelli pre-bellici, pari a circa il 45% dell’appetito d’importazione di Pechino prima del conflitto. Il dato emerge da un’intervista pubblicata da Responsible Statecraft a Rory Johnston, analista dei mercati petroliferi e autore del blog Commodity Context, interpellato da Sam Fraser per spiegare perché il prezzo del greggio non abbia raggiunto i 150-200 dollari al barile temuti a inizio guerra dopo la chiusura dello Stretto di Hormuz, da cui prima del conflitto transitava circa il 20% dell’offerta mondiale.
Il prezzo ha toccato un picco di circa 120 dollari al barile ad aprile, per poi restare sotto i 100 dollari da giugno. Johnston attribuisce parte di questo andamento alla riduzione cinese delle importazioni: metà del calo si spiegherebbe con una diminuzione della produzione di raffineria, il resto con un bilanciamento tra prelievo di riserve strategiche accumulate prima della guerra e sospensione degli acquisti destinati a costituirle. Non esistono dati verificabili in modo indipendente su questi stock, sottolinea l’analista, il che consente interpretazioni divergenti senza possibilità di smentita.
Sul fronte dei prodotti raffinati la situazione è ancora più opaca: la Cina avrebbe tagliato la produzione di raffineria di 2,5-3 milioni di barili al giorno, mentre il consumo apparente di benzina e diesel risulterebbe calato del 20%, un livello paragonabile solo al lockdown totale del 2022. Johnston esclude che si tratti di una reale contrazione dei consumi e ipotizza il prelievo di riserve di prodotti raffinati mai confermate pubblicamente.
Le importazioni cinesi hanno seguito un andamento altalenante: crollate a circa 6 milioni di barili al giorno a giugno, sono risalite oltre i 10 milioni a luglio dopo il memorandum d’intesa Stati Uniti-Iran, per poi tornare a circa 6 milioni un mese dopo, in seguito al collasso dell’accordo. Secondo Johnston, se Pechino volesse sostenere il mercato al massimo delle proprie possibilità potrebbe farlo ancora per mesi, ma a costo di erodere l’intera riserva di sicurezza energetica costruita in quasi vent’anni.
Un secondo fattore è il rilascio coordinato delle riserve strategiche dei paesi OECD, la più ampia mai registrata, che in alcuni mesi ha fornito oltre 3 milioni di barili al giorno di offerta incrementale. La riserva strategica statunitense è scesa sotto i 300 milioni di barili, ma Johnston stima che restino ancora circa 200 milioni di barili prelevabili prima di incontrare problemi strutturali legati non al livello di riempimento delle caverne saline, bensì al numero di cicli di svuotamento e riempimento.
Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti hanno inoltre aumentato i flussi via oleodotto verso Fujairah e la costa occidentale saudita, passati da 2-3 a 6-7 milioni di barili. Il blocco Houthi nel Mar Rosso ha però azzerato i transiti verificabili sauditi a Bab al-Mandab, spingendo Riyadh a dirottare parte dei flussi verso il Mediterraneo e a tornare a caricare petroliere nel Golfo. Johnston stima infine uno squilibrio globale di 2-4 milioni di barili al giorno e avverte che una crisi parallela sul fronte della raffinazione, aggravata dagli attacchi ucraini alle raffinerie russe e dalla riduzione delle esportazioni statunitensi, potrebbe far salire i prezzi dei prodotti raffinati indipendentemente da quelli del greggio.
Il commento di GrNet.it
La dinamica ricorda le crisi petrolifere degli anni Settanta, quando le riserve strategiche nacquero proprio per assorbire shock di offerta improvvisi, con la differenza che oggi il cuscinetto è distribuito su più attori, Pechino compresa, e non più concentrato nelle sole scorte occidentali. Colpisce la scarsa verificabilità dei dati cinesi sulle riserve, un’opacità che rende difficile per chiunque, analisti e pianificatori militari inclusi, distinguere tra un mercato realmente allentato e uno che sta solo rinviando la resa dei conti. Per l’Italia, che dipende in larga misura da importazioni energetiche e da rotte marittime esposte al Mar Rosso e al Mediterraneo orientale, la deviazione dei flussi sauditi verso nord non è un dettaglio contabile ma un fattore che incide sulla sicurezza degli approvvigionamenti nazionali. Resta da capire quanto a lungo Riyadh e Pechino possano continuare a sostenere il mercato prima che l’erosione delle scorte si traduca in un rialzo dei prezzi meno gestibile di quello registrato finora.
Fonte: Quincy · Pubblicato il 25 agosto 2026




