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Insediamenti israeliani: l’Europa può agire senza aspettare l’unanimità

Nella primavera del 2026, mentre i bulldozer continuano a operare in Cisgiordania e il perimetro degli insediamenti israeliani si allarga, il dibattito europeo resta bloccato su procedure e veti. È in questo contesto che l’European Council on Foreign Relations (ECFR) pubblica un’analisi di Hugh Lovatt che argomenta come l’Unione europea disponga già degli strumenti necessari per esercitare pressione su Israele — e che il principale ostacolo non sia giuridico, ma politico.

Il nodo centrale riguarda la regola del voto all’unanimità in politica estera. L’analisi sostiene che tale requisito non si applica alle misure commerciali, per le quali è sufficiente la Qualified Majority Voting (QMV): il 55% degli Stati membri che rappresentino almeno il 65% della popolazione UE. Questo meccanismo consentirebbe di adottare un divieto di scambi commerciali con gli insediamenti israeliani senza che un singolo governo possa bloccarlo, inquadrando la misura come strumento di coerenza con il diritto internazionale piuttosto che come sanzione di politica estera.

Sul fronte dei veti, il quadro è cambiato rispetto agli anni recenti. L’elezione di Peter Magyar alla guida dell’Ungheria ha rimosso il blocco sistematico imposto da Viktor Orbán, aprendo la strada a una nuova tornata di sanzioni — tra cui quelle contro Amana, organizzazione attiva nel finanziamento e nella costruzione di insediamenti dalla fine degli anni Settanta. Tuttavia, altri Stati membri continuano a proteggere Israele: la Repubblica Ceca ha bloccato le sanzioni contro il ministro della sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir; la Slovenia, con il ritorno al governo di Janez Jansa, ha revocato l’embargo sulle armi e i divieti di viaggio nazionali contro Netanyahu e alcuni ministri; la Germania ha ostacolato le sanzioni contro il ministro delle finanze Bezalel Smotrich, considerato dall’analisi il principale artefice dell’accelerazione degli insediamenti.

Sul piano commerciale, la Commissione europea ha proposto nel settembre 2025 la sospensione di alcune disposizioni commerciali dell’Accordo di associazione UE-Israele tramite QMV, misura che comporterebbe la rimozione delle tariffe preferenziali per le merci prodotte entro i confini internazionalmente riconosciuti di Israele. La maggioranza qualificata non è ancora stata raggiunta. Nel frattempo, la Spagna ha introdotto unilateralmente, sempre nel settembre 2025, il primo divieto europeo di commercio con gli insediamenti; Belgio, Irlanda e Paesi Bassi hanno annunciato misure analoghe. Il Belgio ha inoltre vietato l’esportazione e il transito di armi verso Israele e sospeso alcuni servizi consolari per i propri cittadini residenti negli insediamenti.

L’analisi dedica attenzione specifica all’Italia, definita uno Stato con peso determinante nella costruzione di una eventuale maggioranza qualificata. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha dichiarato al Parlamento italiano che il governo è «pronto a valutare, con i partner europei, misure sui prodotti provenienti dagli insediamenti illegali», in attesa delle proposte della Commissione. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha confermato un cambiamento di posizione sul commercio con gli insediamenti.

Il rapporto ricorda infine che già nel 2014 l’UE aveva avvertito Israele che l’espansione in aree strategiche come E1 e Givat Hamatos, insieme allo spostamento forzato di comunità palestinesi come Khan al-Ahmar, avrebbe potuto innescare sanzioni europee. Dodici anni dopo, quelle soglie sono state superate senza che le conseguenze annunciate si siano materializzate.

Il commento di GrNet.it

L’analisi trascura un elemento che per l’Italia ha peso operativo concreto: la distinzione tra misure commerciali adottabili tramite QMV e decisioni di politica estera che richiedono l’unanimità non è solo una questione procedurale, ma ridefinisce il perimetro entro cui Roma può muoversi senza esporsi a un isolamento diplomatico bilaterale con Tel Aviv. Le dichiarazioni di Tajani e Meloni segnalano una disponibilità a spostarsi, ma restano ancorate alla formula «in attesa delle proposte della Commissione», che è una postura attendista, non una scelta autonoma. Vale la pena chiedersi se, nel momento in cui una maggioranza qualificata dovesse formarsi, l’Italia sceglierà di farne parte attivamente o di accodarsi a cose fatte — e se le due opzioni producano lo stesso peso negoziale nei confronti di Bruxelles e di Gerusalemme. La variabile domestica citata dall’ECFR — l’opinione pubblica in calo verso Israele — è reale anche in Italia, ma la sua traduzione in pressione parlamentare concreta resta da verificare.


Fonte: ECFR · Pubblicato il 15 giugno 2026

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