Iran, due guerre in un anno: l’arsenale nucleare Usa non ha spostato nulla

Due guerre in poco più di un anno, nessuna capitolazione: nel giugno 2025 Stati Uniti e Israele hanno colpito le installazioni nucleari iraniane, e Teheran ha risposto contro il territorio israeliano e una base statunitense in Qatar. L’anno successivo una campagna ancora più ampia ha ucciso la Guida Suprema Ali Khamenei e gran parte della leadership militare iraniana, colpendo infrastrutture nucleari, militari, energetiche e di trasporto. È da questa sequenza di eventi che Sina Azodi, in un’analisi pubblicata da Responsible Statecraft, il sito del Quincy Institute, ricava una conclusione scomoda: la superiorità nucleare americana non ha impedito la ritorsione iraniana né costretto Teheran alla resa.
Secondo l’autore, nulla nel comportamento osservabile dell’Iran durante il conflitto suggerisce che la prospettiva di un uso nucleare americano o israeliano abbia influenzato le decisioni di Teheran. A parte alcuni sfoghi social del presidente Donald Trump, Washington non ha formulato minacce nucleari esplicite, e non esistono prove pubbliche che la leadership iraniana abbia considerato l’escalation nucleare un’ipotesi bellica concreta. Solo dopo la fine delle ostilità un alto comandante del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, il generale Mohammad Reza Naghdi, ha definito pubblicamente un eventuale uso nucleare statunitense un “errore”.
Le scelte di Teheran durante il conflitto, inclusa la chiusura dello Stretto di Hormuz, sono state risposte alla pressione militare convenzionale e economica, non all’arsenale nucleare americano. Come ha dichiarato il parlamentare Alireza Salimi, membro dell’ufficio di presidenza del parlamento iraniano, “nelle circostanze attuali, lo Stretto di Hormuz ha più valore per noi di una bomba nucleare”.
Azodi inserisce il caso iraniano in una sequenza che parte dalla guerra delle Falkland del 1982. Il Regno Unito, potenza nucleare, inviò una task force navale per riconquistare le isole dall’Argentina, priva di armi atomiche: alcune navi britanniche imbarcavano inizialmente bombe di profondità nucleari, poi rimosse per motivi politici e operativi. Anche in quel caso l’arsenale nucleare non condizionò la condotta né l’esito del conflitto.
Il caso ucraino è più complesso, riconosce l’autore, perché la Russia ha brandito ripetutamente la minaccia nucleare: dallo stato di “speciale allerta combattiva” annunciato da Vladimir Putin nel 2022 alle dichiarazioni di Dmitry Medvedev, fino alle esercitazioni delle forze strategiche russe di maggio 2026. Questa pressione ha generato esitazione in alcune capitali occidentali sulla fornitura di missili a lungo raggio, ma non ha piegato l’Ucraina né impedito il rafforzamento del suo arsenale convenzionale. Secondo valutazioni dell’intelligence statunitense, Mosca varcherebbe la soglia nucleare solo di fronte a una minaccia esistenziale per lo Stato o il regime.
La conclusione dell’analisi è che le armi nucleari funzionano meglio come deterrente che come strumento di coercizione: possono limitare l’escalation, ma raramente determinano l’esito politico di una guerra quando la sopravvivenza dello Stato nucleare non è in gioco. Per l’Iran, l’autore ipotizza due esiti opposti: la tentazione di dotarsi finalmente di un’arma operativa, oppure la conferma della strategia di restare uno Stato-soglia, puntando su missili, drone e capacità di interdizione marittima come leva concreta.
Il commento di GrNet.it
Tre casi, quattro decenni, un solo schema che si ripete: Falkland 1982, Iran 2025-26, Ucraina dal 2022, e in nessuno l’arsenale nucleare della potenza più forte ha determinato l’esito sul terreno. Per la pianificazione militare italiana ed europea la lezione è che la deterrenza nucleare estesa, quella su cui si fonda l’ombrello NATO, protegge dall’aggressione contro il territorio alleato ma non garantisce alcun vantaggio coercitivo in conflitti limitati o periferici. Resta un punto che l’analisi lascia aperto: se Teheran dovesse leggere l’esito come prova che solo un’arma operativa previene attacchi al vertice dello Stato, la proliferazione regionale diventerebbe più probabile, non meno, con conseguenze dirette sulla sicurezza del fianco sud della NATO e sulle rotte energetiche del Mediterraneo orientale.
Fonte: Quincy · Pubblicato il 25 agosto 2026




