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Yemen, gli Houthi mostrano di poter scegliere i propri tempi

Un aereo civile iraniano atterra a Sana’a, sotto controllo Houthi, violando un blocco aereo saudita in vigore da quasi un decennio. Pochi giorni dopo la coalizione a guida saudita minaccia attacchi di forza «senza precedenti» contro obiettivi come il porto di Hodeidah e l’aeroporto della capitale yemenita, mentre le forze Houthi lanciano il loro assalto terrestre più letale degli ultimi anni a sud di Hodeidah, sfondando temporaneamente le linee governative prima di essere respinte. È da questa sequenza di eventi che l’analista Jonathan Fenton Harvey, su Responsible Statecraft, ricostruisce il ruolo crescente di autonomia degli Houthi rispetto a Teheran.

Secondo l’autore, la guerra contro l’Iran ha chiarito una dinamica già in atto: il movimento, a lungo descritto come semplice proxy iraniano, agisce oggi come partner sempre più indipendente, capace di calibrare i propri tempi di intervento regionale. Gli Houthi hanno lanciato i primi attacchi contro il territorio israeliano il 28 marzo, un mese dopo l’inizio dei raid statunitensi e israeliani, mantenendo un impegno limitato fino al cessate il fuoco del 7 aprile. L’8 giugno, con la ripresa delle ostilità, hanno colpito Eilat con due missili e minacciato un «divieto totale» alla navigazione commerciale israeliana nel Mar Rosso.

Il rapporto sottolinea come il gruppo abbia evitato, fino a quel momento, di dispiegare la propria arma più efficace: la campagna contro il traffico marittimo nel Mar Rosso condotta durante la guerra a Gaza, nonostante Teheran avesse già chiuso lo stretto di Hormuz come leva contro Washington.

I bombardamenti israeliani del 2025 hanno indebolito gli Houthi, degradando le capacità missilistiche e i droni e colpendo quadri politici e militari, in un contesto aggravato dalla designazione statunitense come organizzazione terroristica. Ma la debolezza militare, argomenta l’autore, non spiega da sola la moderazione iniziale: il movimento ha privilegiato l’investimento nel controllo del territorio yemenita, dove l’uso della forza comporta rischi minori rispetto ad azioni marittime che potrebbero compromettere il percorso diplomatico costruito con Riad e Washington.

Uno studio di Conflict Armament Research del maggio 2026, basato sull’esame di oltre 800 componenti missilistici e di droni sequestrati nel Mar Rosso tra 2024 e 2025, descrive le forniture come kit di autoassemblaggio progettati a Teheran ma montati localmente, segno di una rete di rifornimento iraniana che prosegue e, insieme, di una crescente capacità tecnica yemenita.

Gli Houthi usano ora la minaccia militare come leva nel processo di pace mediato dalle Nazioni Unite, fermo dal 2023, per ottenere da Riad il pagamento degli stipendi pubblici, la condivisione delle entrate petrolifere e la riapertura di aeroporto e porto. Secondo Danny Citrinowicz, analista dell’Institute for National Security Studies israeliano citato nell’articolo, un’eventuale distensione tra Riad e Teheran potrebbe ridurre la disponibilità saudita a contrastare il riarmo Houthi.

L’articolo richiama anche la reazione del leader Abdul-Malik al-Houthi, che il 25 giugno ha definito bersaglio legittimo qualsiasi presenza militare israeliana in Somaliland, dopo il riconoscimento diplomatico israeliano del dicembre 2025 e la notizia di una base militare emiratina in costruzione nella regione. Per l’autore lo scenario più probabile resta una condizione di «né pace né guerra», con gli Houthi che consolidano le proprie posizioni e utilizzano la leva del Mar Rosso quando conviene.

Il commento di GrNet.it

Un aeroporto che riapre sotto embargo formale, un porto conteso, un gruppo armato che decide da solo quando sparare: sono gli elementi di un teatro che l’Italia osserva da vicino per gli interessi che transitano da Bab al-Mandeb. La domanda operativa è se la moderazione Houthi nel Mar Rosso sia strutturale o solo tattica, in attesa di un momento più favorevole per riattivare la pressione sul traffico mercantile. Se l’autonomia del gruppo rispetto a Teheran è reale, come sostiene l’analisi, allora anche la deterrenza navale occidentale nella regione dovrebbe essere ricalibrata su un attore che decide con logiche proprie, non solo su indicazioni iraniane. Per la Marina Militare, impegnata da anni in missioni di sicurezza marittima nell’area, questo significa continuare a monitorare capacità tecniche in crescita più che rassicurarsi su presunte pause politiche.


Fonte: Quincy · Pubblicato il 13 luglio 2026

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