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Il sud del Libano trasformato in un paesaggio lunare, con armi americane

Un villaggio ridotto a crateri, tanto irriconoscibile che i suoi stessi abitanti devono acquistare immagini satellitari per verificare se le loro case esistano ancora, perché non possono più raggiungerle fisicamente. È la scena descritta dalla giornalista Lylla Younes, originaria della zona di Bint Jbeil, e ripresa in un’inchiesta pubblicata da Responsible Statecraft, think tank statunitense di orientamento realista legato al Quincy Institute.

Il pezzo, firmato da Janet Abou-Elias, ricostruisce due anni di guerra israeliana in Libano concentrandosi su un aspetto rimasto in ombra rispetto al bilancio umano: la distruzione sistematica del territorio meridionale, condotta con armi ed equipaggiamenti in larga parte statunitensi.

Dalla fine del 2024 le forze israeliane hanno fatto uso estensivo di munizioni al fosforo bianco, ufficialmente impiegate per creare cortine fumogene e negare copertura ai combattenti di Hezbollah. Inchieste di Al Jazeera hanno documentato incendi di foreste di querce e pini e la distruzione di uliveti secolari, con suoli contaminati da piombo e altri metalli pesanti. Il Consiglio nazionale libanese per la ricerca scientifica stima 25 miliardi di dollari di danni ambientali per il solo biennio 2023-2024, comprensivi di migliaia di ettari di foreste e frutteti distrutti.

Alle munizioni incendiarie si affiancano demolizioni con esplosivi telecomandati che rasano interi quartieri in pochi secondi. The Guardian ha esaminato filmati di detonazioni di massa nei villaggi di Taybeh, Naqoura e Deir Seryan; ulteriori distruzioni, a Mhaibib e Majdal Zoun, sono state riprese e diffuse dallo stesso esercito israeliano. A Adaisseh e Kfar Kila, secondo i media di stato libanesi, un’esplosione sotterranea è stata potente al punto da attivare i sistemi di allerta sismica in Israele.

Il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha dichiarato che tutte le abitazioni dei villaggi di confine saranno demolite, paragonando il piano a quanto avvenuto a Rafah e Beit Hanoun, dove è stato abbattuto circa il 90 per cento degli edifici. Mappe militari diffuse in primavera segnano una linea rossa attraverso 21 villaggi e vietano il rientro in oltre 50 altri centri; secondo il ministro stesso, circa 600.000 residenti non potranno tornare nelle proprie case.

Dall’inizio del 2026 si è aggiunta una terza tattica: lo spargimento aereo di glifosato lungo circa 11 miglia di confine, presentato da Israele come ordinaria gestione della vegetazione. Il ministero dell’Agricoltura libanese ha rilevato concentrazioni da 20 a 50 volte superiori all’uso agricolo normale, mentre l’organizzazione olandese PAX stima tra 1.000 e 1.600 acri colpiti sul solo versante siriano. Israele aveva inizialmente definito la sostanza «non tossica»; analisi di laboratorio hanno poi confermato trattarsi di glifosato, classificato dall’agenzia per la ricerca sul cancro dell’Organizzazione mondiale della sanità come probabile cancerogeno per l’uomo, e vietato sia in Libano sia nell’Unione europea. Il presidente libanese Joseph Aoun ha definito lo spargimento «una flagrante violazione della sovranità libanese e un crimine ambientale e sanitario».

Esperti delle Nazioni Unite per i diritti umani hanno definito il modello di ordini di evacuazione totale e distruzione sistematica delle abitazioni analogo a quanto osservato a Gaza, ipotizzando che le demolizioni di massa possano configurare distruzione ingiustificata secondo il diritto bellico.

Il commento di GrNet.it

L’analisi non affronta un punto che meriterebbe più spazio: la differenza tra necessità tattica dichiarata e risultato operativo effettivo, distinzione che qualunque ufficiale di pianificazione conosce bene. Cortine fumogene, negazione di tunnel, gestione della vegetazione sono giustificazioni plausibili singolarmente, ma la scala e la persistenza degli effetti descritti nel pezzo — suoli contaminati per anni, foreste secolari incenerite, villaggi cancellati dalla cartografia riconoscibile — eccedono sistematicamente qualunque requisito tattico. Per un osservatore con esperienza in teatri di crisi, il dettaglio della spruzzatura di glifosato è quello che desta più perplessità dottrinale, perché la gestione della vegetazione a fini di sicurezza è pratica nota, ma le concentrazioni rilevate dal ministero libanese, 20-50 volte superiori all’uso agricolo, non trovano equivalente in alcun manuale di force protection. Per l’Italia, che partecipa a missioni di stabilizzazione nell’area con UNIFIL, la questione non è astratta: il deterioramento del contesto operativo lungo la Blue Line incide direttamente sulla sicurezza dei contingenti e sulla sostenibilità politica della missione stessa.


Fonte: Quincy · Pubblicato il 25 agosto 2026

Redazione GrNet - Sicurezza e Difesa

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