Canada e UE: un’associazione per ridurre le dipendenze senza fondere le istituzioni

Tra il discorso di Davos del gennaio 2026, in cui Mark Carney ha sostenuto che l’eccessiva concentrazione economica produce vulnerabilità, e l’ingresso del Canada negli appalti del programma europeo Security Action for Europe (SAFE) a giugno, si è andata formando una traiettoria che questa settimana ha trovato espressione politica a Strasburgo. La ricostruisce un commento di Chatham House, secondo cui la proposta di un legame più stretto tra Ottawa e Unione europea (UE) va letta come una copertura reciproca contro le pressioni esterne e non come la nascita di un blocco rivale.
Il 16 settembre la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha proposto di fare del Canada il primo «membro associato» dell’UE. Il giorno dopo Carney, davanti al Parlamento europeo, ha indicato i campi della possibile cooperazione: minerali critici, produzione per la difesa, intelligenza artificiale e calcolo, energia, spazio e pagamenti. Ha aggiunto un commercio digitale «senza attriti» per beni non agricoli e servizi, più occasioni di vita, lavoro e studio per i giovani delle due sponde e l’interesse canadese per il programma di ricerca Horizon.
La logica, notano gli autori, vale per entrambe le parti. Il Canada invia agli Stati Uniti circa sette esportazioni su dieci; l’UE dipende da tecnologia e capacità di sicurezza americane, da catene di fornitura cinesi e da importazioni energetiche. Bruxelles guarda a Ottawa per energia, minerali, presenza artica, capitali e competenze in IA, quantistica e spazio. Ottawa guarda all’UE per un mercato unico da 450 milioni di consumatori, una base industriale ancora solida, reti di ricerca di livello mondiale e un forte potere regolatorio. Nelle parole di Carney, l’obiettivo non è l’autosufficienza ma la resilienza collettiva.
Donald Trump ha definito l’ipotesi un possibile «atto ostile» e ha minacciato dazi pesanti sull’Europa, qualora Washington ritenesse l’iniziativa rivolta contro gli Stati Uniti. Carney ha replicato che il Canada deciderà da sé i propri partenariati, escludendo di voler costruire un blocco geopolitico concorrente. Il commento ricorre all’immagine architettonica del «coupling without fusion»: due strutture che si rafforzano a vicenda ma conservano fondamenta proprie. Il Canada non può staccare la propria economia da quella americana, e l’Europa non può per ora fare a meno del legame di sicurezza transatlantico, come mostra il recente viaggio a Washington del ministro della Difesa tedesco.
Von der Leyen ha proposto separatamente un Consiglio europeo di sicurezza che coinvolga, oltre al Canada, Regno Unito, Norvegia e Ucraina, mentre Carney ha parlato di un’intesa aperta ad altre democrazie. Ne risulterebbe un sistema di cerchi concentrici, con l’UE come nucleo costituzionale e Paesi associati integrati in singoli mercati, programmi e strutture di sicurezza, senza i diritti politici degli Stati membri.
Sul piano giuridico, per ora, lo status resta un’espressione politica. L’articolo 49 del Trattato sull’Unione europea riserva la candidatura agli Stati europei, requisito geografico che il Canada non soddisfa. Una categoria formale con diritti istituzionali richiederebbe una revisione dei trattati ai sensi dell’articolo 48, con ratifica da parte di tutti gli Stati membri. L’articolo 217 del Trattato sul funzionamento dell’UE consente invece accordi di associazione con Paesi terzi, approvati all’unanimità dal Consiglio e con il consenso del Parlamento europeo. Carney ha ribadito che la sovranità sarebbe preservata, che l’intesa finale andrebbe al voto in Canada e che il nome conta poco rispetto ad allineamento regolatorio, accesso al mercato e obblighi reciproci.
Gli ostacoli sono già visibili. I conservatori di Pierre Poilievre sostengono i legami con l’Europa ma mettono in guardia contro l’applicazione al Canada di tasse, norme o regole di libera circolazione europee. A Bruxelles alcuni diplomatici hanno rilevato che la proposta non era stata concordata con gli Stati membri, e i Paesi candidati potrebbero chiedere perché Ottawa dovrebbe ottenere un accesso privilegiato mentre loro affrontano anni di riforme. Dieci Stati membri, tra cui Francia, Italia, Polonia, Belgio e Irlanda, non hanno ancora ratificato il Comprehensive Economic and Trade Agreement (CETA), a nove anni dall’avvio dell’applicazione provvisoria.
Il CETA resta la base commerciale più adatta, mentre SAFE offre un modello di partecipazione selettiva agli strumenti europei. I negoziati dovrebbero riguardare commercio digitale, ricerca, mobilità di studenti e giovani, minerali critici ed energia. Secondo il commento, UE e Canada stanno verificando fino a che punto si possa integrare senza fondere le istituzioni politiche, e una conclusione è già possibile: esiste un altro tipo di relazione transatlantica.
Il commento di GrNet.it
Per l’Italia la partita si gioca a Roma prima che a Strasburgo: un accordo di associazione ai sensi dell’articolo 217 richiede l’unanimità in Consiglio, e il nostro Paese figura tra i dieci che non hanno ancora ratificato il CETA. Sul versante della difesa il canale SAFE, già aperto al Canada, è il terreno più concreto per misurare che cosa significhi partecipare selettivamente a uno strumento europeo. Il testo non chiarisce in quali condizioni industrie e forze armate dei Paesi membri accederebbero a catene di fornitura così allargate, ed è un punto su cui il confronto nazionale potrebbe partire presto.
Fonte: Chatham House · Pubblicato il 18 settembre 2026






