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Coalizioni di difesa europee: serve un responsabile del risultato

Secondo un commento di Dag Detter pubblicato dal think tank londinese RUSI il 5 novembre 2026, le coalizioni europee di capacità funzioneranno solo se per ciascuna esiste un soggetto che risponde del risultato finale, a prescindere da chi possieda i singoli componenti. L’autore parte dall’invito che il Consiglio europeo, nella riunione di ottobre, ha rivolto agli Stati membri a rafforzare le coalizioni di capacità e i progetti comuni, e lo giudica la direzione giusta.

Il nodo, scrive Detter, è la frammentazione. Un’operazione militare può dipendere da un porto francese, da una ferrovia tedesca, da una rete elettrica polacca, da telecomunicazioni gestite da privati e da capacità fornite da paesi esterni all’Unione europea. La difesa resta in larga parte nazionale, e porti, ferrovie, aeroporti, siti industriali e strutture logistiche fanno capo a proprietari, regolatori e livelli di governo diversi. Regno Unito e Norvegia sono fuori dall’UE, mentre la NATO comprende gli Stati Uniti: nessuna istituzione possiede il sistema nel suo insieme.

Ne discende che la capacità comune non può dipendere da una proprietà comune. Conta se le componenti, messe insieme, producono l’effetto richiesto al momento richiesto e per il tempo necessario. Il testo richiama la capacità marittima, fatta di navi, sorveglianza, armi, equipaggi, munizioni, manutenzione, comunicazioni, infrastrutture, intelligence e logistica: avere questi elementi sparsi in più luoghi serve a poco se non operano insieme. Attendere un’unica istituzione europea, avverte l’autore, rischia di fare della perfezione istituzionale un pretesto per non agire.

La proposta pratica prevede un gruppo ristretto di paesi disponibili e un numero limitato di capacità: mobilità militare, logistica, difesa aerea e missilistica, sorveglianza, comunicazioni, sostegno industriale o resilienza energetica. Per ognuna si parte dal risultato da ottenere e si chiede quale capacità esista già, chi la controlli, quali componenti critici siano disponibili a livello nazionale, forniti congiuntamente o garantiti da contratto, quali dipendano da un alleato esterno al gruppo, dove siano i colli di bottiglia e chi debba eliminarli prima di una crisi.

Per ogni capacità concordata i paesi partecipanti designerebbero un «lead integrator», uno Stato o un organismo. Non dovrebbe possedere le risorse sottostanti, ma conoscere l’intera catena di fornitura, portare alla luce le dipendenze irrisolte, monitorare la prontezza e riferire se il risultato sia davvero ottenibile. Detter distingue questo ruolo dal coordinamento, di cui l’Europa dispone già in abbondanza: la responsabilità richiede che qualcuno risponda dell’esito.

Il meccanismo renderebbe visibile quanta parte della capacità di difesa si trovi fuori dai ministeri competenti. Muovere le forze richiede porti, ferrovie, strade e ponti; sostenerle richiede energia, comunicazioni, magazzini, officine di manutenzione e produzione industriale. Molte di queste infrastrutture sono pubbliche o gestite per fini civili e commerciali da enti che hanno poche ragioni per considerarsi parte di un sistema di difesa. La proprietà non cambia, ma i governi devono sapere quale capacità è disponibile, che cosa può guastarsi, in quanto tempo si ripristina e chi ne garantisce il funzionamento. È la differenza tra un inventario di beni e un sistema funzionante.

Come strumento di disciplina comune l’autore indica un Defence Capacity Statement, che definisca l’effetto richiesto, la capacità utilizzabile esistente, le dipendenze critiche, i responsabili e le prove che il risultato possa essere realizzato. Un banco di prova naturale sarebbero i paesi nordici e baltici, dove geografia, preoccupazioni di sicurezza e cooperazione già in atto spingono a ragionare oltre i confini nazionali. Una o due capacità potrebbero essere mappate a ritroso, a partire dal risultato; altre coalizioni potrebbero nascere intorno a geografie e capacità diverse.

Detter osserva che i governi invertono spesso la sequenza: annunciano i fondi, creano i programmi e difendono le competenze istituzionali esistenti prima di verificare se i pezzi formino un sistema. Così un continente può spendere di più restando dipendente. Un’alleanza transatlantica più equilibrata richiede di capire che cosa gli europei possano generare e sostenere da soli, che cosa debbano ottenere da altri e dove tali dipendenze comportino un rischio inaccettabile. La domanda, conclude l’autore, non è più chi possieda ogni componente, ma chi risponda del risultato.

Il commento di GrNet.it

Il commento non dice con quali poteri un lead integrator potrebbe pretendere dati e verifiche di prontezza da gestori civili e privati che, secondo l’autore stesso, non si considerano parte di un sistema di difesa, e senza questo passaggio la responsabilità rischia di restare sulla carta. Per l’Italia, il cui orizzonte naturale è il fianco sud e il Mediterraneo, l’esempio nordico-baltico non è trasferibile da sé: andrebbe chiarito con quali partner e su quali capacità un esperimento analogo avrebbe senso. Resta aperto anche il nodo di chi, all’interno di ciascuno Stato, risponderebbe verso il coordinatore, dovendo mettere insieme amministrazioni della difesa, dei trasporti e dell’energia. Sono questioni di metodo più che obiezioni alla sequenza proposta, con il risultato prima dei fondi, che resta una indicazione ragionevole da discutere.


Fonte: RUSI · Pubblicato il 5 novembre 2026

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