Dopo il voto di metà mandato cresce la pressione per riprendere la guerra all’Iran

Secondo un’analisi di Trita Parsi pubblicata il 4 novembre da Responsible Statecraft, testata vicina al Quincy Institute, l’esito delle elezioni di metà mandato negli Stati Uniti non allontana il rischio di un’escalation con l’Iran, ma lo accresce. L’autore parte dal presupposto che la guerra all’Iran sia la ragione principale della netta sconfitta di Trump e dei repubblicani, e ne ricava che la spinta a riprendere il conflitto è destinata ad aumentare.
Parsi precisa che questo non equivale a dire che il presidente riavvierà le operazioni. Sostiene però che l’equilibrio tra le pressioni a favore e quelle contro la guerra penderà ora verso l’escalation.
Prima del voto, ricorda l’autore, Trump era sollecitato a chiudere un’intesa con Teheran nella speranza di attenuare l’impatto sui sondaggi. Passate le elezioni, quella spinta si allenta. I prezzi dei carburanti restano alti, ma il costo politico è già stato pagato, e per qualche tempo il calendario non offrirà un’altra scadenza in cui possa essere imposto di nuovo.
A questo si aggiungono due fattori che, nella lettura di Parsi, si rafforzano. Il primo è di natura temporale. Gli ambienti favorevoli alla guerra in Israele e a Washington vedranno nei prossimi due mesi l’ultimo periodo in cui il presidente dispone di ampia libertà di manovra. A gennaio i democratici controlleranno entrambe le camere e il bilancio, e potranno avviare la procedura di impeachment contro i segretari di Trump, compreso quello alla Difesa, Pete Hegseth. La libertà d’azione del presidente non sarebbe annullata, ma ridotta in modo sensibile.
Il passaggio potrebbe arrivare anche prima. Gli stanziamenti correnti per il governo federale scadono infatti l’11 dicembre, e i democratici possono cercare di inserire nelle leggi di finanziamento o di autorizzazione successive un divieto di spesa per la guerra. L’autore richiama le parole del senatore democratico del Maryland Chris Van Hollen, secondo cui la guerra del Vietnam si concluse solo quando il Congresso smise di finanziarla. Per Parsi, la prospettiva spingerà i sostenitori del conflitto a intensificare le pressioni nelle prossime settimane, prima che il Congresso faccia valere le proprie prerogative.
Il secondo fattore riguarda la sfera emotiva. Parsi giudica la decisione di entrare in guerra, presa a febbraio, frutto di tracotanza e di consigli israeliani da lui definiti criminalmente errati. D’ora in poi, scrive, potrebbe prevalere un altro stato d’animo: la vendetta. Negli ultimi giorni, a suo avviso, nei calcoli del presidente si è già visto un elemento vindicativo, alimentato dalla rabbia verso un Iran che, nella percezione di Trump, gli avrebbe rovinato la presidenza. Quella rabbia, osserva l’autore, la sera del voto deve essere al massimo.
Il banco di prova immediato sono i colloqui di Doha. Se nei prossimi giorni non produrranno una svolta, il rischio di escalation nelle settimane successive crescerà per tre ragioni indicate nel testo: l’urgenza dovuta a una finestra d’azione che si restringe, il desiderio di rivalsa del presidente e la minore pressione politica a spingere al ribasso i prezzi dei carburanti attraverso un accordo.
Il commento di GrNet.it
Quanto si può verificare in un’analisi che attribuisce a un presidente la vendetta come movente? Quasi nulla: lo stato d’animo di Trump è un’inferenza di Parsi, e va letto come tale. Reggono meglio i dati strutturali, cioè la scadenza dei fondi all’11 dicembre e il cambio di maggioranza a gennaio, perché sono fatti di calendario che si possono controllare. Per l’Italia, l’eventuale ripresa delle ostilità riproporrebbe in tempi stretti il tema dell’uso delle basi e dell’esposizione nel Mediterraneo, su cui sarebbe prudente non arrivare impreparati.
Fonte: Quincy · Pubblicato il 4 novembre 2026






