Yemen, Quincy: Washington resti fuori dalla guerra dei sauditi

Secondo un articolo di Alex Jordan pubblicato da Responsible Statecraft, testata legata al Quincy Institute, gli Stati Uniti dovrebbero restare fuori dalla ripresa della guerra tra Arabia Saudita e Houthi in Yemen. La tesi poggia su due elementi: l’esito della precedente campagna a guida saudita e l’inefficacia dei tentativi americani di indebolire il movimento.
Dopo quattro anni di tregua le ostilità sono tornate aperte. Nel mese scorso l’aviazione saudita ha condotto oltre 250 raid aerei, che secondo lo Yemen Data Project hanno ucciso più di 150 civili. Gli Houthi, il cui nome ufficiale è Ansar Allah, hanno risposto con droni e missili contro le infrastrutture petrolifere saudite e, più di recente, contro aeroporti civili, con 14 morti.
Si sta intanto formando una coalizione a guida saudita contro il movimento. Il presidente Donald Trump ha finora respinto le richieste di Riad di riprendere i bombardamenti americani sullo Yemen, in linea con la tregua conclusa con gli Houthi nel maggio 2025. Washington, nota l’autore, non è però rimasta ai margini: ha già inviato 200 consiglieri militari e di intelligence a sostegno dei sauditi.
Jordan ritiene che la copertura dei grandi media trascuri il contesto. La guerra precedente della coalizione guidata da Riad ha prodotto una delle peggiori crisi umanitarie dell’epoca moderna, aggravata da numerose presunte violazioni del diritto di guerra da parte saudita. Né quella campagna né il recente confronto diretto tra Washington e gli Houthi hanno rallentato in modo apprezzabile l’avanzata del gruppo nel Paese.
Il testo accompagna un episodio del programma «Always at War», in cui è intervistata Annelle Sheline, ricercatrice del Quincy Institute per il Medio Oriente. Sheline ha lavorato a lungo sullo Yemen e ha operato nel Bureau of Democracy, Human Rights and Labor del Dipartimento di Stato, che ha lasciato nel marzo 2024 in dissenso con il sostegno americano alla guerra israeliana a Gaza.
Dal confronto con lei emerge, scrive Jordan, quanto i rapporti sui diritti umani, pensati per sostenere norme come la Leahy Law, restino spesso inapplicati. Secondo Sheline possono essere evocati per colpire gli avversari degli Stati Uniti, mentre vengono dimenticati quando si dovrebbero trarre conseguenze nei confronti degli alleati, per esempio sospendendo il sostegno militare dopo presunti crimini di guerra. Mentre il suo ufficio assegnava piccole somme a giornalisti e gruppi della società civile, gli Stati Uniti inviavano ingenti aiuti di sicurezza a governi autoritari che uccidono giornalisti, come quello saudita. Il risultato, nella lettura dell’autore, è che questi rapporti servono con facilità a iniziare le guerre e quasi mai a chiuderle.
La posizione di Sheline è netta: gli Houthi hanno più volte frustrato gli sforzi americani di distruggerli, e non c’è ragione di riprovarci rischiando un’altra crisi umanitaria. Gli Stati Uniti dovrebbero invece spingere i sauditi verso una tregua negoziata, perché la storia ha già mostrato che alla profonda crisi politica yemenita non esiste soluzione militare.
In chiusura Jordan sostiene che, per uscire dal ciclo di guerra permanente, Washington dovrebbe rompere con la logica interventista che ha segnato l’ultimo decennio della sua politica sullo Yemen. Cita a sostegno Joe Biden, che a fine mandato riassunse così l’esito dei raid americani: «I raid [americani] stanno fermando gli Houthi? No. Continueranno? Sì.»
Il commento di GrNet.it
Tenere a terra i bombardieri e inviare 200 consiglieri militari e di intelligence non è astensione, è una forma di coinvolgimento che il dibattito pubblico fatica a chiamare col suo nome. Il testo non dice quali compiti abbiano quei consiglieri, e per chi ha visto missioni di addestramento e supporto crescere per gradi è proprio il dettaglio da conoscere, perché da lì passa l’eventuale scivolamento verso un impegno diretto. Va poi ricordato che l’articolo è dichiaratamente di parte: il dato sui 150 civili uccisi dai raid sauditi è attribuito allo Yemen Data Project, mentre quello sui 14 morti degli attacchi houthi resta senza fonte indicata. Per l’Italia la questione resta aperta e riguarda la prudenza con cui valutare eventuali richieste di sostegno a una coalizione di cui il testo non chiarisce composizione e obiettivi.
Fonte: Quincy · Pubblicato il 23 ottobre 2026






