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AFRICOM sopravvive a Trump e torna protagonista in Africa occidentale

Che cosa resta, in Africa, delle spinte imprevedibili della politica estera di Trump? Secondo Alex Thurston, che firma l’analisi per Responsible Statecraft, restano precedenti operativi difficili da smontare: gli attacchi ordinati contro miliziani dello Stato Islamico in Nigeria nel dicembre 2025 e nel maggio 2026, e le opzioni militari contro il Mali che l’amministrazione avrebbe valutato secondo quanto riportato dal Washington Post.

L’autore ricostruisce la traiettoria di U.S. Africa Command (AFRICOM) dalla sua nascita nel 2007, erede della Pan-Sahel Initiative lanciata dopo l’11 settembre e della Trans-Sahara Counterterrorism Partnership del 2005. Nessuno di quei programmi, nota Thurston, ha impedito le crisi che avrebbe dovuto prevenire: né la trasformazione di Boko Haram in insurrezione di massa tra il 2009 e il 2010, né la rivolta del 2012 in Mali che ha innescato la prima presa jihadista su larga scala nella regione.

Fino a Trump, gli Stati Uniti avevano evitato in Africa occidentale il tipo di strike ciclici già impiegati in Somalia, Yemen o Libia, preferendo un ruolo di supporto: assistenza logistica all’intervento francese in Mali nel 2013, cooperazione militare rafforzata dopo il rapimento di quasi 300 studentesse da parte di Boko Haram nel 2014, la base drone da 100 milioni di dollari costruita in Niger dal 2016. Episodi come l’uccisione di un membro delle forze speciali statunitensi in Mali nel 2017 o l’imboscata in Niger che costò la vita a quattro soldati americani e cinque nigerini avevano suggerito una presenza più «cinetica» di quanto ammesso ufficialmente, senza però rompere quel limite.

Le mosse di Trump, scrive Thurston, erodono proprio quella soglia. Nonostante le voci, circolate a inizio secondo mandato, su un possibile assorbimento di AFRICOM in European Command, il comando è sopravvissuto e ha ampliato la propria presenza: espulso dalla base drone in Niger nel 2024 dal nuovo governo militare del paese, si è messo alla ricerca di nuovi siti sulla costa dell’Africa occidentale, mentre gli attacchi in Somalia sono aumentati nel biennio 2025-2026.

Il rapporto sullo stato del comando per il 2026, firmato dal generale Davgin Anderson, sostiene che il gruppo jihadista JNIM, affiliato ad al-Qaida, avrebbe l’ambizione di colpire il territorio statunitense, benché l’organizzazione, attiva dal 2017, non abbia mai condotto attacchi fuori dall’Africa nordoccidentale, nemmeno in Francia. Thurston rileva inoltre che Anderson cita il recupero di un ostaggio in Nigeria nel 2020 come prova dell’utilità della sorveglianza dal Niger, omettendo che la violenza nel Sahel centrale è comunque cresciuta in modo costante anche al culmine di quella sorveglianza.

La nuova strategia antiterrorismo pubblicata dalla Casa Bianca a maggio 2026 dichiara la fine delle «guerre infinite», ma secondo l’autore riformula soltanto il linguaggio precedente, mantenendo definizioni talmente ampie di «capacità» e «interessi» statunitensi da giustificare quasi ogni intervento. Con la richiesta di bilancio del Pentagono per il 2027 che supera i mille miliardi di dollari, conclude Thurston, il prossimo presidente erediterà probabilmente un AFRICOM già impegnato in strike periodici tanto in Africa orientale quanto occidentale.

Il commento di GrNet.it

La logica ricorda da vicino quella della War on Terror in Yemen e Somalia dei primi anni Duemila: colpi mirati presentati come chirurgici che, in assenza di una exit strategy dichiarata, si trasformano in impegno permanente. Un ufficiale di stato maggiore riconoscerebbe in fretta il problema segnalato da Thurston: senza indicatori di successo né soglie di disimpegno, ogni strike genera solo la premessa per il successivo. Per l’Italia, che nel Sahel e in Libia ha interessi diretti su energia, migrazioni e stabilità di Niger e Mali, l’espansione di AFRICOM dopo l’espulsione dalla base di Niamey nel 2024 merita attenzione: se Washington sposta la propria presenza verso le coste dell’Africa occidentale, cambia anche il perimetro entro cui Roma dovrà calibrare la propria postura militare e diplomatica nella regione. Resta da capire se questa deriva operativa sarà oggetto di discussione in sede NATO o resterà, come finora, una questione gestita quasi esclusivamente su base bilaterale statunitense.


Fonte: Quincy · Pubblicato il 5 agosto 2026

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