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Ucraina, la caccia ai lanciatori russi non basta a proteggere le città

Un lanciatore Iskander nascosto in un bosco o in un vecchio capannone industriale spara e si sposta su terreno fuoristrada prima che qualcuno ne fissi la posizione, soprattutto di notte. È il bersaglio della strategia ucraina del «shoot the archer», colpire l’arciere e non la freccia. Jennifer Kavanagh, in un articolo pubblicato da Responsible Statecraft, sostiene che questa caccia non risolverà il problema della difesa aerea di Kyiv e che l’amministrazione Trump dovrebbe respingere la richiesta.

L’autrice inserisce la proposta in una serie. Prima i lanciarazzi HIMARS, poi i carri Abrams, gli F-16 e i missili ATACMS: ogni volta Kyiv e i suoi sostenitori hanno presentato l’arma come la chiave per rovesciare l’andamento della guerra, gli Stati Uniti hanno ceduto dopo qualche resistenza e il risultato promesso non è arrivato. Ora il presidente Volodymyr Zelensky e alcuni membri del Congresso chiedono intelligence, supporto al puntamento e armamenti per individuare e distruggere i lanciatori di missili balistici in territorio russo.

Le ragioni ucraine sono comprensibili. In vista dell’inverno Kyiv dispone di pochi intercettori per i sistemi Patriot e conta su attacchi preventivi contro i lanciatori. Kavanagh ricorda che Washington ha adottato lo stesso schema contro gli Houthi e poi contro l’Iran, e che lo aveva già applicato nella prima guerra del Golfo.

I precedenti, osserva, sono poco incoraggianti. Nel 1991 l’operazione americana contro i lanciatori Scud iracheni comportò 1.500 sortite e produsse pochi riscontri confermati, se non nessuno; il Pentagono ricorse allora a reparti di forze speciali inviati nel deserto. Contro l’Iran, nonostante oltre 10.000 sortite americane, secondo alcune fonti Teheran conserverebbe ancora il 50 per cento dei lanciatori, molti dei quali ora nascosti sottoterra.

Per l’Ucraina, aggiunge l’articolo, le difficoltà sarebbero di natura diversa. La Russia impiega sistemi mobili schierati in regioni vicine al confine, veloci e capaci di manovrare fuori strada con tattiche di tiro e spostamento. Le due forme di sostegno richieste sono l’uso di Starlink sul territorio russo, per puntamento, comando e controllo e contromisure di guerra elettronica a beneficio dei droni, e il lancio di munizioni a gittata estesa ERAM dagli F-16. Su questi ultimi, gli Stati Uniti hanno già approvato la vendita delle munizioni, ma oggi Kyiv può impiegarle solo con i vecchi velivoli sovietici; gli F-16 non hanno l’integrazione software e hardware per aggiornare in tempo reale le coordinate di tiro, un aggiornamento che l’autrice definisce piuttosto semplice.

Restano però dei limiti. I senatori americani hanno chiesto l’uso di Starlink soltanto fino a 300 km all’interno della Russia, e la profondità del territorio consentirebbe a Mosca di spostare i lanciatori oltre quella fascia. La flotta ucraina di F-16 è poi limitata e sotto pressione per carenza di pezzi di ricambio, riparazioni in attesa e scarsità di piloti. Kyiv potrebbe distruggere alcuni lanciatori, ma difficilmente eviterebbe danni gravi a città e infrastrutture nel prossimo inverno.

Il secondo argomento riguarda l’interesse americano, indipendentemente dall’efficacia. Con intelligence, rete satellitare ed eventualmente velivoli e armi statunitensi, la missione sarebbe di fatto americana, pur con ucraini a premere il grilletto. Mosca la considererebbe una provocazione e potrebbe estendere la presunta campagna ibrida contro i membri della NATO, aumentando il rischio di un conflitto più ampio per errore di calcolo o escalation incontrollata, oppure rafforzare il sostegno a Iran e ad altri competitori di Washington.

Resta infine il precedente. Oggi solo gli Stati Uniti dispongono di una capacità satellitare globale come Starlink, ma Russia e Cina avranno presto reti proprie, e potrebbero autorizzarne l’uso da parte di terzi contro gli Stati Uniti. Kavanagh ricorda che nel 2025 l’amministrazione Trump negò i Tomahawk a Kyiv, per scorte scarse e capacità troppo escalatoria, e conclude che dovrebbe fare lo stesso oggi.

Il commento di GrNet.it

Cacciare lanciatori mobili è prima di tutto una questione di ricognizione persistente e di cicli di puntamento rapidi, e solo dopo di munizioni e permessi; l’articolo insiste soprattutto su questi ultimi. Il confronto con le 1.500 sortite del 1991, chiuse con l’impiego di forze speciali a terra, ricorda che nessun sensore sostituisce la presenza sul campo, e Kyiv oggi non l’avrebbe oltre il confine. Resta fuori dall’analisi l’alternativa di ricostituire le scorte di intercettori Patriot, che è la domanda su cui i paesi europei, Italia compresa, potrebbero essere chiamati a rispondere. Il quadro cambierebbe se la fascia di 300 km per Starlink fosse ampliata, ma l’articolo non lo discute.


Fonte: Quincy · Pubblicato il 28 ottobre 2026

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