Minerali critici: la responsabilità sociale come garanzia di filiera

«I governi devono evitare la trappola di una corsa al ribasso sulla responsabilità»: così un’analisi pubblicata da Chatham House sintetizza il nodo che lega oggi sicurezza delle catene di fornitura e rispetto dei diritti umani nell’estrazione di minerali critici. Il think tank britannico osserva che guerre commerciali, competizione geoeconomica e cambiamento climatico stanno accelerando le minacce interne a queste filiere, in un momento in cui gli Stati tornano a usare l’approvvigionamento minerario come strumento di vantaggio geopolitico.
Il dato citato nell’analisi è netto: il Business and Human Rights Resource Centre ha registrato un aumento del 73% degli abusi dei diritti umani collegati ai minerali della transizione energetica tra il 2024 e il 2025, con sette casi su dieci che coinvolgono miniere legate a società quotate in borsa. Più della metà dei giacimenti mondiali di minerali critici si trova sotto o in prossimità di territori indigeni, un dato che secondo Chatham House rende la questione tutt’altro che marginale per chi pianifica investimenti a lungo termine.
L’analisi ricorda che i principi di condotta responsabile adottati negli anni 2000, in parte derivati dai meccanismi creati negli anni Ottanta e Novanta per limitare il finanziamento dei conflitti tramite i minerali, restano strumenti operativi validi ma sono oggi sotto pressione. Le sanzioni imposte da Canada, Unione europea, Regno Unito e Stati Uniti contro il settore petrolifero e diamantifero russo dopo l’invasione dell’Ucraina nel 2022 hanno spinto a rafforzare i meccanismi di verifica della provenienza, mentre la domanda di materie prime è cresciuta a ritmi che il rapporto definisce vertiginosi: la domanda globale di litio carbonato equivalente è passata da circa 68.000 tonnellate metriche nel 2000 a una stima di 1,5-1,8 milioni di tonnellate nel 2025.
Questa espansione, spiegano gli autori, viene spesso colmata da produzione artigianale e informale, con rischi crescenti di lavoro minorile, danni ambientali e coinvolgimento di attori malintenzionati. Attivisti internazionali e il governo della Repubblica Democratica del Congo hanno già intentato azioni legali contro grandi società tecnologiche per complicità nella catena di fornitura, mentre un caso riguardante lavoratori dell’oro in Tanzania estende la responsabilità legale anche agli organismi di certificazione che validano le condotte aziendali.
Il rapporto sottolinea che le proteste delle comunità locali hanno già interrotto la produzione, sospeso operazioni e in alcuni casi cancellato interi progetti in Africa, Asia meridionale e sudorientale, Europa, Nord e Sud America, trasformando la responsabilità sociale in un fattore di rischio finanziario concreto, non solo etico. Gli autori notano inoltre che i quadri normativi su imprese e diritti umani, dal Global Compact delle Nazioni Unite del 2000 ai Principi Guida ONU del 2011, non sono un’invenzione occidentale, e che anche la Cina ha annunciato una propria legge sulle risorse minerarie e un’iniziativa internazionale sulla sostenibilità del settore estrattivo.
La conclusione del think tank è che gli stessi strumenti concepiti un quarto di secolo fa per proteggere i paesi in via di sviluppo dagli eccessi delle industrie estrattive globali sono oggi usati da quei paesi per difendersi dagli effetti della competizione tra grandi potenze.
Il commento di GrNet.it
Un cantiere di estrazione di litio o cobalto fermo per settimane a causa delle proteste locali non è un incidente di percorso, è un costo che si somma direttamente al prezzo finale del materiale strategico. Per le forze armate italiane ed europee, che dipendono da questi materiali per sistemi d’arma, batterie e componenti elettronici, la sicurezza dell’approvvigionamento non si misura più solo in termini di rotte marittime o sanzioni, ma anche di licenza sociale a operare nei paesi produttori. L’analisi di Chatham House mette in luce un aspetto spesso trascurato nella pianificazione della difesa: la resilienza industriale bellica dipende da fattori che sfuggono al controllo diretto degli Stati acquirenti, come il rispetto dei diritti delle comunità indigene o l’applicazione effettiva dei codici minerari nei paesi produttori. Per l’Italia, che punta a diversificare le fonti di minerali critici anche attraverso accordi bilaterali, il rischio di ignorare questa dimensione sociale potrebbe tradursi in interruzioni di filiera imprevedibili quanto quelle causate da fattori puramente geopolitici.
Fonte: Chatham House · Pubblicato il 31 agosto 2026



