Zelensky punta a fondere la guerra in Ucraina con quella all’Iran

Secondo un’analisi di Trita Parsi pubblicata da Responsible Statecraft, il think tank legato alla scuola realista statunitense, Volodymyr Zelensky starebbe tentando, nella sua visita a Washington, un’operazione più ambiziosa del semplice rafforzamento del sostegno americano contro la Russia: fondere la guerra ucraina con il conflitto tra Stati Uniti e Iran in un unico teatro strategico.
La distinzione, spiega l’autore, non è di poco conto. Se le due guerre diventassero una sola, l’Ucraina cesserebbe di essere semplice beneficiaria di aiuti militari americani per trasformarsi in parte attiva dello scontro con Teheran; specularmente, Washington smetterebbe di essere solo il principale fornitore di armi di Kyiv, diventando belligerante diretta contro Mosca in un conflitto esteso dal Mar Nero al Caspio.
L’articolo ricostruisce come, fin dall’invasione russa del 2022, Kyiv abbia spinto la NATO oltre la fornitura di armi e intelligence, chiedendo una no-fly zone e sistemi d’arma sempre più sofisticati. L’amministrazione Biden, pur simpatizzando con la posizione ucraina, aveva sempre rifiutato di superare alcune linee rosse: niente truppe di terra americane, niente no-fly zone imposta con caccia statunitensi, cautela iniziale su F-16 e missili ATACMS a lungo raggio, per il timore di un’escalation incontrollata tra potenze nucleari.
Oggi, secondo Parsi, il quadro è cambiato. La guerra dell’amministrazione Trump contro l’Iran avrebbe prodotto proprio il dilemma temuto dai critici: nonostante la superiorità militare americana, Washington avrebbe subito una sconfitta strategica, con Teheran capace di allargare il campo di battaglia su più fronti e imporre costi lontano dalla linea del conflitto originario. In questa cornice, l’autore sostiene che Trump non disponga di opzioni militari valide né della pazienza per una via diplomatica disciplinata.
Questa vulnerabilità aprirebbe per Kyiv un’occasione storica: presentarsi non come Paese dipendente dagli aiuti americani, ma come risorsa strategica capace di trasformare una débâcle militare in una vittoria per Washington. L’esperienza ucraina nella guerra dei droni e nell’integrazione di sistemi autonomi a basso costo viene indicata come un asset unico, così come l’ipotesi di aprire un fronte di pressione sul Caspio contro l’Iran, costringendo Teheran a ridistribuire risorse scarse.
La fusione dei due conflitti, sostiene l’autore, gioverebbe anche a Israele: darebbe nuova durata alla guerra contro l’Iran, coinvolgerebbe maggiormente i governi europei attraverso il loro impegno verso l’Ucraina e permetterebbe di ridefinire la narrazione pubblica, spostando la giustificazione della guerra dalla difesa di Israele — la cui reputazione in Occidente è compromessa da Gaza — a quella dell’Ucraina, vittima di un’invasione illegale e beneficiaria di un consenso politico assai più ampio.
Parsi non dà per scontato il successo della scommessa ucraina, ma segnala che Trump potrebbe risultare ricettivo proprio per la posizione difficile in cui si è cacciato nello Stretto di Hormuz. L’autore richiama la cautela mostrata da Biden, motivata dal rischio di uno scontro diretto tra NATO e Russia, e avverte che il pericolo maggiore non è una scelta deliberata di Trump di combattere su due fronti, ma una serie di piccoli passi escalatori capaci di condurre entrambe le amministrazioni verso il disastro che avevano cercato di evitare.
Il commento di GrNet.it
Fondere due teatri di guerra distinti in uno solo non è mai stata una scorciatoia verso la vittoria, ma un moltiplicatore di rischio che nessun comando operativo sceglierebbe volontariamente, se non spinto da un vicolo cieco strategico. L’ipotesi descritta da Parsi, se anche solo parzialmente fondata, implicherebbe per l’Europa e per l’Italia un salto di esposizione non annunciato nei vertici NATO: sostenere Kyiv sul fronte ucraino è cosa diversa dal trovarsi coinvolti, per interconnessione di asset e catene logistiche, in un confronto aperto con l’Iran nel Golfo o nel Caspio. La storia recente insegna che l’allargamento geografico di un conflitto, presentato come soluzione a un’impasse, tende invece a sommare le difficoltà di entrambi i teatri senza risolverne nessuna. Roma, che nel Mediterraneo allargato ha interessi diretti su rotte energetiche e stabilità regionale, farebbe bene a valutare con attenzione ogni segnale di questa possibile saldatura, prima che diventi un fatto compiuto su cui non avrà voce in capitolo.
Fonte: Quincy · Pubblicato il 28 luglio 2026




