Dalla relazione Howitt a oggi: l’Europa ha perso la leva diplomatica sull’Iran

Il 24 ottobre 2016, nell’aula del Parlamento europeo, il relatore britannico Richard Howitt difende il proprio testo dalle accuse di chi lo giudica troppo indulgente verso Teheran. Il giorno seguente la relazione sui rapporti con l’Iran passa con 456 voti favorevoli, 174 contrari e 67 astensioni. A ricostruire la vicenda, a dieci anni di distanza, è Eldar Mamedov, allora consigliere di politica estera nell’Assemblea e collaboratore di Howitt, in un articolo pubblicato da Responsible Statecraft, testata legata al Quincy Institute. La sua tesi è che l’Europa sia passata da protagonista della diplomazia con Teheran a comprimaria che segue Washington.
La relazione nasceva dopo l’accordo sul nucleare del 2015, il Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA), al quale avevano contribuito l’Unione europea, il Regno Unito, la Francia e la Germania. Proponeva di sviluppare i rapporti su dialogo politico, commercio, scambi accademici, diritti umani e sicurezza regionale, offrendo anche competenze europee per aiutare Teheran a rispettare i criteri del Financial Action Task Force (FATF). Si discostava dalla lettura dei circoli più aggressivi di Stati Uniti, Israele e di alcune capitali arabe, che indicavano l’Iran come unica fonte di instabilità, e lo considerava invece un interlocutore indispensabile per Siria, Iraq e Yemen. Auspicava inoltre un riavvicinamento con Riad, che sarebbe arrivato anni dopo per iniziativa di Pechino e non di Bruxelles.
Il testo ebbe effetti concreti. Poche settimane dopo, il Consiglio Affari esteri dell’Unione ne fece proprio l’impianto e sostenne l’apertura di una delegazione europea a Teheran. L’organizzazione National Iranian American Council accolse il documento con favore, mentre l’AJC Transatlantic Institute, sede bruxellese dell’American Jewish Committee, lo denunciò come debole sulle minacce a Israele, sul sostegno a Hezbollah e al governo di Assad e sulle violazioni dei diritti umani.
Mamedov respinge l’ultimo addebito: la relazione conteneva critiche sostanziali al comportamento iraniano, con contributi di Human Rights Watch, e collocava il tema in un quadro di dialogo. Howitt sostenne in aula che i detrattori mettevano consapevolmente a rischio la leva europea e rendevano i miglioramenti sui diritti umani meno probabili. Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano riconobbe nel testo punti promettenti, ma anche a Teheran c’erano oppositori: Mohammad Javad Larijani contestò la delegazione europea come possibile ingerenza, benché 22 dei 28 Stati membri di allora, Regno Unito compreso, avessero già un’ambasciata in città.
La svolta negativa arrivò nel 2018, quando il presidente Donald Trump ritirò gli Stati Uniti dal JCPOA nonostante la verifica internazionale del rispetto degli impegni da parte iraniana. L’Unione si oppose formalmente, ma le imprese europee lasciarono il Paese per timore delle sanzioni secondarie americane, le banche rifiutarono le transazioni e il meccanismo INSTEX si rivelò del tutto inadeguato. I vantaggi economici promessi a Teheran non si materializzarono.
Nel frattempo i tre Paesi europei dell’accordo (E3: Regno Unito, Francia, Germania) assunsero, nella lettura dell’autore per compiacere Trump, una linea più dura, accusando l’Iran di destabilizzare la regione e di sviluppare missili balistici. L’accusa irritò Teheran, che vedeva gli stessi Paesi aumentare le forniture di armi sofisticate ai suoi rivali regionali. Per Mamedov l’incapacità europea di proteggere l’intesa contribuì, forse in modo decisivo, alla svolta iraniana verso Mosca: sostegno all’invasione russa dell’Ucraina in cambio di cooperazione tecnico-militare, con un ulteriore deterioramento dei rapporti con l’Unione.
Durante le guerre statunitensi e israeliane contro l’Iran del 2025 e del 2026, scrive l’autore, l’Europa non ha saputo ritagliarsi un ruolo di mediazione. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha sostenuto l’azione israeliana, definendola un «lavoro sporco» svolto per conto degli europei. L’unico leader di rilievo apertamente contrario è stato lo spagnolo Pedro Sanchez, che ha vietato l’uso delle basi militari spagnole nonostante le pressioni di Trump. Oggi, osserva Mamedov, Pakistan, Turchia e Stati del Golfo sono gli attori diplomatici di maggior peso, mentre Bruxelles produce dichiarazioni prive di effetto. Resta aperto, conclude, se l’Europa possa recuperare la concezione di politica estera che rese possibile quella leva.
Il commento di GrNet.it
Che valore ha un’opposizione formale a Washington se manca lo strumento per sostenerla? L’articolo risponde con il caso di INSTEX, e per un militare il punto è netto: una posizione senza capacità di esecuzione, finanziaria prima ancora che militare, non produce deterrenza né influenza. Va ricordato che Mamedov partecipò in prima persona alla stesura della relazione, quindi la sua ricostruzione è quella di una parte e tace sui costi e sulle responsabilità iraniane nel deterioramento dei rapporti. Per l’Italia, Paese mediterraneo esposto alle crisi del Medio Oriente, resta da valutare quanto margine autonomo sia oggi realistico, e su quali strumenti concreti dovrebbe poggiare.
Fonte: Quincy · Pubblicato il 28 ottobre 2026






