Groenlandia, l’accordo Danimarca-Trump: la diplomazia batte la pressione

Secondo un’analisi di Chatham House, l’accordo firmato il 22 settembre tra Danimarca, Groenlandia e Stati Uniti chiude una controversia nata da mesi di pressione diplomatica statunitense, senza che Copenaghen o il governo groenlandese abbiano dovuto cedere granché. Il testo, spiega il think tank, si limita in larga parte a formalizzare misure già accettabili per la Danimarca, come l’ampliamento delle basi statunitensi già previsto dall’accordo del 1951.
La novità sostanziale riguarda l’impegno a respingere investimenti maggioritari da parte di paesi non membri dell’Unione europea o della NATO in aree artiche strategiche, e soprattutto il meccanismo di permanenza: qualora la Groenlandia scegliesse in futuro l’indipendenza, resterebbe comunque nella NATO e continuerebbe a rispettare l’intesa con Washington.
Il rapporto ricostruisce l’origine della crisi: a gennaio il presidente Donald Trump aveva dichiarato che gli Stati Uniti dovevano «possedere» la Groenlandia per impedirne il controllo da parte di Russia o Cina, arrivando a evocare l’opzione di un intervento militare. Pochi giorni prima, ricorda Chatham House, i paesi europei erano rimasti in silenzio al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite di fronte all’intervento armato statunitense contro il Venezuela.
Sulla Groenlandia la reazione è stata diversa: la Danimarca ha potuto presentare la rivendicazione americana come una minaccia diretta alla propria integrità territoriale e al futuro stesso della NATO, spingendo i membri dell’Alleanza e dell’Unione europea a un rifiuto unanime e all’invio di una missione di difesa europea sul territorio groenlandese.
A giocare a favore di Copenaghen è stata anche la sua credibilità storica sul tema dell’autodeterminazione: l’Assemblea generale dell’Onu aveva riconosciuto già nel 1954 la libera integrazione della Groenlandia nel regno danese, seguita dall’autonomia amministrativa del 1979 e dal governo autonomo esteso del 2009, che include un diritto esplicito all’indipendenza. Sul piano giuridico, gli Stati Uniti non avevano alcun titolo da opporre: una dichiarazione del segretario di Stato Robert Lansing nel 1916 aveva riconosciuto la sovranità danese, confermata anche durante l’occupazione tedesca della Danimarca nella Seconda guerra mondiale e ribadita dagli accordi del 1951 e del 2004.
Sul piano negoziale, la Danimarca ha evitato uno scontro pubblico simile a quello subito dal presidente ucraino Volodymyr Zelensky nello Studio Ovale nel 2025, inviando a Washington il ministro degli Esteri Lars Lokke Rasmussen per un colloquio con il segretario di Stato Marco Rubio. Il vicepresidente JD Vance ha tentato di spostare l’incontro alla Casa Bianca assumendone la guida, ma Rasmussen ha mantenuto la linea concentrandosi sugli interessi condivisi nell’Artico. Dopo un annuncio di svolta al forum di Davos di gennaio, i colloqui sono proseguiti in sede tecnica e riservata.
È stato proprio in quella sede, osserva Chatham House, che la richiesta di sovranità piena avanzata da Trump si è trasformata in un’intesa permanente capace di soddisfare l’interesse statunitense di fondo senza cessione di territorio, superando anche la proposta di sovranità sulle sole basi avanzata a Davos dal segretario generale della NATO Mark Rutte. La premier danese Mette Frederiksen ha definito l’intesa un accordo che può «durare per sempre», evitando di presentarla come un arretramento del presidente americano.
Il commento di GrNet.it
Cosa avrebbe fatto un paese meno attrezzato della Danimarca, privo di sette decenni di titoli giuridici documentati, di fronte a una rivendicazione di sovranità avanzata da un alleato con l’ombrello nucleare? La vicenda groenlandese mostra che la tenuta diplomatica europea si costruisce prima della crisi, con dossier legali solidi, canali tecnici riservati capaci di disinnescare l’esposizione mediatica, e la capacità di trasformare una disputa bilaterale in una minaccia percepita da tutta l’Alleanza. L’Italia non ha basi contese nell’Artico, ma ha interessi strategici nel Mediterraneo allargato che un giorno potrebbero richiedere la stessa combinazione di fermezza giuridica e riservatezza negoziale messa in campo da Copenaghen. Resta da capire se una disciplina negoziale come quella di Rasmussen davanti a Vance sia replicabile quando in gioco non c’è un territorio periferico ma una rotta energetica o un’infrastruttura logistica di primaria importanza.
Fonte: Chatham House · Pubblicato il 24 settembre 2026




