Dopo il cessate il fuoco, per l’Ucraina serviranno aiuti allo sviluppo oltre alle armi

Pari al 75 per cento, rispetto al 2025, è il calo delle esportazioni ucraine di grano provocato dagli attacchi russi alla navigazione. Da questo dato muove Jack Watling, Senior Research Fellow per le scienze militari applicate del think tank britannico RUSI, in un commento del 6 ottobre 2026. La tesi è che armare Kiev resti la priorità, ma che per consolidare un’eventuale pace l’Europa avrà bisogno di strumenti più ampi, a cominciare dagli aiuti allo sviluppo.
Il riarmo in corso nella NATO ha coinciso con un crollo dell’Official Development Assistance (ODA) a livello globale. A ciò si aggiunge lo smantellamento dell’US Agency for International Development (USAID) da parte degli Stati Uniti, e i programmi umanitari e di sviluppo nel mondo attraversano una crisi di finanziamento. Gli elettorati non hanno rimpianto la fine di questa spesa, osserva l’autore, ma le conseguenze per la sicurezza sono rilevanti, Ucraina compresa.
Costringere la Russia a un cessate il fuoco è, per Watling, condizione necessaria di una pace duratura ma non sufficiente. Dopo la tregua Kiev dovrebbe organizzare elezioni eque con una quota maggiore di territorio occupato e con gran parte della popolazione sfollata all’estero. Altri settori produttivi si sono ridotti per la scarsità di energia elettrica e per i colpi a magazzini e infrastrutture di distribuzione, mentre molti ucraini hanno cercato lavoro fuori dal paese. La ricostruzione richiede investimenti, che il timore di una rottura della tregua e di una nuova aggressione russa rischia di scoraggiare.
Per attrarre capitali esteri l’Ucraina dovrà tenere insieme due esigenze: mantenere un esercito numeroso, capace di dissuadere Mosca, e rispondere alla richiesta di smobilitazione dei soldati stremati. Si aggiunge il reinserimento nel mondo del lavoro di molti militari feriti o disabili. Il modello attuale, in cui l’Europa copre stipendi e pensioni pubbliche, non sarà politicamente sostenibile a guerra finita. Le forze europee potranno contribuire alla deterrenza, ma la capacità ucraina di dissuadere poggerà sulla ripresa economica e sulle risorse per mantenere una forza in essere.
Secondo il commento, un’Ucraina capace sul piano militare, stabile politicamente ed economicamente offre all’Europa una deterrenza sostenibile. Mosca avrebbe più riserve ad attaccare la NATO con un’Ucraina indipendente sul fianco, in grado di riprendersi i territori occupati; un’Ucraina debole lascerebbe invece al Cremlino la libertà di rivolgersi altrove. Gli apparati della difesa, tuttavia, non hanno da soli competenze e autorità per investire nel futuro del paese, e il settore privato non si muoverà senza un segnale netto di impegno dei governi.
Il modello di assistenza inaugurato dal Department for International Development britannico e da USAID, avverte l’autore, non tornerà. Ha perso il sostegno dell’opinione pubblica anche perché alcune critiche sono rimaste senza risposta: i programmi alimentavano la dipendenza invece di superarla, raramente costruivano relazioni politiche durature e si affidavano a un’industria di attuatori i cui costi non sempre corrispondevano ai risultati. L’obiettivo di spesa dello 0,7 per cento del reddito nazionale lordo rischiava inoltre di spingere a cercare progetti da finanziare a prescindere dalla loro efficacia.
Le sfide ucraine mostrano però l’utilità di finanziare progetti pluriennali dentro una strategia di lungo periodo condivisa tra le amministrazioni. Pianificare lo sfruttamento di un cessate il fuoco permetterebbe di orientare lo sviluppo verso l’interesse nazionale e di ottenere il consenso necessario a reggere le pressioni di bilancio. Serve soprattutto una strategia coerente, capace di spostare risorse tra progetti di sicurezza «dura» e «morbida». Un approccio integrato è invocato da tempo nelle revisioni di sicurezza ma resta difficile da attuare, per le rivalità tra dicasteri e per stanziamenti annuali che legano i fondi interministeriali a priorità politiche più reattive che previsionali. Ne derivano tagli ai programmi con breve preavviso, quando le risorse servono alla crisi successiva.
L’aiuto è di norma tenuto a distanza dagli interessi dei donatori, ma in Ucraina la separazione sarà difficile da mantenere. Un’economia in ricostruzione, con costi del lavoro e regolazione più leggeri, potrebbe competere con i produttori europei, e l’Europa risponderebbe con barriere regolatorie. Per evitarlo Watling indica progetti di collaborazione industriale reciprocamente vantaggiosi e interdipendenti. Resta aperta la questione di chi dovrà illustrare ai contribuenti il ritorno dell’investimento: le conferenze sulla ricostruzione restano per ora largamente scollegate dalla pianificazione della difesa ucraina, e l’autore ne chiede l’allineamento.
Il commento di GrNet.it
Gli stanziamenti annuali che, come nota Watling, legano i fondi interministeriali a priorità politiche di breve periodo spiegano perché i programmi pluriennali vengano tagliati con poco preavviso, e il problema non riguarda solo Londra. Nelle missioni all’estero la componente militare e quella civile hanno spesso viaggiato su canali di spesa distinti, con effetti sulla continuità della stabilizzazione. Resta da capire chi, in un governo come quello italiano, avrebbe l’autorità di spostare risorse tra i due capitoli: il commento pone la domanda ma non la risolve. Anche l’idea di progetti industriali comuni con l’Ucraina richiederebbe un consenso interno che, per i settori manifatturieri più esposti alla concorrenza, non è affatto scontato.
Fonte: RUSI · Pubblicato il 5 ottobre 2026




