Iran, la ricerca di una «vittoria» da rivendicare allontana la fine della guerra

Che cosa può chiamare «vittoria» Donald Trump in una guerra con l’Iran che non ha mai dichiarato in modo univoco i propri obiettivi? Secondo Paul R. Pillar, in un’analisi pubblicata il 15 ottobre 2026 su Responsible Statecraft, testata del Quincy Institute, le due forme possibili di successo, concessioni iraniane senza precedenti o crollo del regime, sono entrambe poco realistiche. La via d’uscita praticabile resta un cessate il fuoco essenziale, da presentare poi come risultato politico.
Il punto di partenza è la convinzione del presidente americano che il conflitto non sia in stallo. L’operazione della Marina statunitense nello Stretto di Hormuz blocca gran parte delle importazioni e delle esportazioni di petrolio iraniane e ha riaperto una quota del traffico non iraniano. Pillar precisa che la distribuzione dei costi economici è più articolata e non configura un vantaggio univoco per Washington. Il blocco navale, ricorda, è comunque un atto di guerra.
L’autore collega l’atteggiamento di Trump a una visione del mondo a somma zero, in cui ogni esito ha un vincitore e un vinto, e al rifiuto di ammettere errori. Richiama il proprio libro di oltre quattro decenni fa, secondo cui le guerre finiscono con accordi negoziati, anche quando si parla di resa incondizionata. Impostare la strategia su vittorie e sconfitte, nota, oscura gli interessi in gioco e ciò che serve per una pace stabile.
Sul fronte delle concessioni, il primo ostacolo è l’assenza di obiettivi bellici chiari: l’amministrazione ha parlato in momenti diversi anche di «resa incondizionata», irrealistica per qualunque governo di Teheran. La richiesta più specifica è quella del vicepresidente JD Vance, che la settimana scorsa ha indicato come necessaria per la pace una riduzione «significativa» dell’arricchimento dell’uranio. Pillar osserva però che i precedenti attacchi hanno in gran parte reso inoperativo il programma nucleare, per cui contano ormai le intenzioni più delle capacità. Nuovi bombardamenti rafforzano a Teheran chi chiede un deterrente atomico e già si parla di uscire dal Trattato di non proliferazione nucleare.
Un accordo credibile richiederebbe un’architettura simile al Joint Comprehensive Plan of Action, in vigore dal 2015 e abbandonato da Trump nel 2018. Quel testo conta 159 pagine ed è frutto di negoziati durati anni, con molti esperti. Non è, scrive l’autore, materia per Steve Witkoff e Jared Kushner in un paio di sessioni. Subordinare la fine delle ostilità a un’intesa di tale ampiezza significherebbe prolungare la guerra per mesi, forse anni. A complicare il quadro interviene l’intesa nucleare con l’Arabia Saudita, che non impone le ispezioni internazionali più rigorose e apre all’arricchimento fino al 20 per cento: difficile che Teheran accetti limiti inferiori a quelli concessi al rivale del Golfo.
Quanto al cambio di regime, Trump ne aveva già rivendicato il conseguimento dopo l’uccisione di alti dirigenti nei primi giorni di guerra. L’effetto, secondo Pillar, è stato un rafforzamento dei falchi rispetto a quando era vivo il Leader Supremo Ali Khamenei. Un nuovo avvicendamento potrebbe spingere verso una dittatura militare. Pesa anche la morte di Ali Larijani, segretario del Consiglio supremo di sicurezza nazionale, ucciso da un raid israeliano due settimane dopo l’avvio del conflitto: pragmatico, aveva le relazioni per impegnare l’intero apparato.
Pillar esamina poi l’ipotesi di una rivolta popolare in cinque punti. Le sollevazioni passate non hanno abbattuto la Repubblica islamica. Oggi manca un’opposizione coesa paragonabile a quella guidata da Ruhollah Khomeini nel 1979. La guerra produce un effetto di coesione attorno alla bandiera, perché gli iraniani vedono negli attacchi un colpo al Paese e non solo al governo. Il risentimento verso gli Stati Uniti crescerà con la durata del conflitto. Infine, la politica estera di Teheran riflette nazionalismo e preoccupazioni di sicurezza più che l’orientamento ideologico di chi governa.
La conclusione è che Washington non dovrebbe attendersi grandi concessioni iniziali né un cambio di regime. Pillar indica un accordo di tregua scheletrico che rinvii i negoziati di merito, sul modello del Memorandum d’intesa di giugno, ma privo del linguaggio ambiguo sullo Stretto di Hormuz che ne causò il fallimento. Spetterebbe alla retorica presidenziale presentarlo come vittoria, insieme ai danni già inflitti alle forze iraniane.
Il commento di GrNet.it
Una sala operativa con le regole d’ingaggio sul tavolo e un testo di tregua che su Hormuz lascia margini di interpretazione: è qui che il memorandum di giugno, ricordato da Pillar, si è rotto, e un militare sa che una formula ambigua sul transito diventa al primo incidente una decisione presa da un comandante di nave. Il rimedio proposto, una tregua scheletrica senza ambiguità sullo Stretto, richiederebbe definizioni molto precise su chi passa, con quali verifiche e sotto quale scorta, e il testo non entra in questi dettagli. Per l’Italia, Paese importatore di energia e con interessi marittimi nel Mediterraneo allargato, la questione è come ridurre il rischio di incidenti in un passaggio da cui dipendono i flussi commerciali, più che il bilancio dei vincitori. Resta aperto anche quanto a lungo un blocco navale possa essere sostenuto senza erodere la disponibilità delle unità impiegate, aspetto che l’autore, concentrato sulla dimensione politica, non affronta.
Fonte: Quincy · Pubblicato il 15 ottobre 2026






