Bab al-Mandeb, l’avanzata Houthi apre una corsa al riordino regionale

In pochi giorni di settembre le milizie Houthi hanno preso il controllo di Mocha, Dhubab e di alcune isole strategiche attorno allo stretto di Bab al-Mandeb, mentre l’8 settembre un attacco del movimento contro l’Arabia Saudita ha ferito oltre 70 civili: è il punto di partenza di un’analisi pubblicata dal Royal United Services Institute (RUSI), firmata da Burcu Ozcelik, secondo cui la crisi yemenita si sta trasformando in una contesa per l’assetto di sicurezza dell’intera regione del Golfo.
Riyadh ha dichiarato di aver intercettato un drone Houthi diretto verso la Mecca, accusa respinta dal movimento. Nello stesso periodo un attacco separato, attribuito a un gruppo armato filo-iraniano operante dall’Iraq meridionale, ha colpito l’oleodotto East-West, che collega il centro di lavorazione di Abqaiq al porto di Yanbu sul Mar Rosso e che rappresenta per il Regno una via di esportazione alternativa allo Stretto di Hormuz, già sotto pressione. Il 19 settembre gli Houthi hanno rivendicato attacchi contro Riyadh e un impianto Aramco a Yanbu.
Secondo l’autrice, l’avanzata riflette anche la frammentazione cronica del fronte anti-Houthi, aggravata dalle tensioni tra Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti e dalla mancata presa in carico del dossier da parte degli alleati occidentali. Forti del successo, gli Houthi avrebbero scarso interesse a fermarsi e starebbero spingendo verso Marib e Taiz, mentre Riyadh valuterebbe se e come sollecitare un ritorno degli Stati Uniti a colpire le loro posizioni lungo la costa del Mar Rosso.
Il rapporto individua tre possibili architetture di sicurezza regionale in competizione. La prima è l’Accordo di Difesa Congiunta della Mecca, firmato il 7 agosto tra Arabia Saudita, Turchia e Pakistan, che prevede assistenza reciproca in caso di attacco ma senza una catena di comando integrata né impegni militari automatici: il ministro della Difesa pakistano Khawaja Asif ha dichiarato il 16 settembre che l’accordo «si applica a noi, e adempiremo al nostro dovere», pur restando incerto quanto tale posizione corrisponda a una reale disponibilità operativa. La seconda riguarda offerte israeliane di supporto di intelligence a Riyadh, riferite da fonti diplomatiche regionali e facilitate secondo alcuni resoconti dal Comando centrale statunitense (CENTCOM); Israele avrebbe accumulato informazioni rilevanti su siti missilistici e strutture di comando Houthi grazie al proprio confronto diretto con il movimento. La terza è l’architettura a guida statunitense, coerente con la National Security Strategy 2025 dell’amministrazione Trump, che punta a condividere gli oneri con i partner regionali evitando un impegno di combattimento diretto: in questo quadro si inserisce la proposta vendita di caccia F-35 all’Arabia Saudita per 24,3 miliardi di dollari.
L’analisi segnala che Teheran ha in parte accolto con favore l’avanzata Houthi come conferma della strategia della «resistenza», pur rischiando di sopravvalutare i propri margini: la Cina, principale cliente del petrolio iraniano, avrebbe sollecitato Teheran a contenere il movimento, mentre un previsto incontro tra Iran e stati del Golfo a Oman sarebbe stato rinviato. Sul piano militare, il comandante del CENTCOM, ammiraglio Bradley Cooper, avrebbe riunito in Germania i capi militari di Israele, Arabia Saudita e altri sei stati arabi, assicurando che le forze statunitensi non lasceranno la regione nonostante gli attacchi iraniani alle basi americane. Per il Regno Unito, che ha chiesto insieme al Bahrein la recente riunione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU sullo Yemen, il contributo più sostenibile resterebbe la condivisione di intelligence, la sorveglianza marittima e il contrasto alle reti di finanziamento e contrabbando che alimentano le capacità missilistiche e dei droni Houthi, in un contesto di risorse militari già impegnate sul fianco orientale della NATO.
Il commento di GrNet.it
24,3 miliardi di dollari: è il valore della vendita di caccia F-35 all’Arabia Saudita citata dall’analisi RUSI come prova che la restrizione statunitense nel Golfo non equivale a un disimpegno, ma a un trasferimento degli oneri operativi verso i partner regionali. Per l’Italia, che nel Mediterraneo allargato condivide con Londra l’interesse a mantenere aperte le rotte verso Suez e il Mar Rosso, il caso yemenita mostra quanto sia fragile un’architettura di sicurezza costruita su accordi di difesa collettiva privi di comando integrato, come il patto della Mecca tra Riyadh, Ankara e Islamabad. La Marina Militare partecipa da anni alle missioni di protezione del traffico mercantile nell’area, ma l’ipotesi di un coinvolgimento israeliano nell’intelligence anti-Houthi, se confermata, introdurrebbe una variabile politica che complicherebbe ulteriormente il coordinamento tra alleati occidentali e partner del Golfo. Resta da capire se Roma, già impegnata su più fronti, disponga della capacità di pianificazione anticipata che lo stesso rapporto raccomanda a Londra.
Fonte: RUSI · Pubblicato il 20 settembre 2026




