Hormuz, l’intesa tra Oman e Iran mette Trump davanti a un bivio

Oman e Iran sarebbero vicini a un’intesa temporanea per riaprire lo Stretto di Hormuz, con una divisione delle rotte tra ingresso e uscita dal Golfo Persico gestite rispettivamente da Teheran e Muscat. È quanto riporta Trita Parsi in un’analisi pubblicata su Responsible Statecraft, la testata del Quincy Institute, secondo cui l’accordo potrebbe offrire una via d’uscita dagli scontri in corso e le basi per un ordine marittimo più stabile.
Secondo la formula in discussione, le navi in ingresso nel Golfo transiterebbero in acque amministrate dall’Iran, mentre il traffico in uscita seguirebbe una rotta sotto responsabilità omanita. Teheran riceverebbe notifica delle partenze e, sebbene il punto non sia ancora stato negoziato, sarebbe disponibile a garantire che anche Muscat venga informata degli arrivi. Resta da definire la questione, sensibile, della riscossione e condivisione di eventuali tariffe per servizi di sicurezza e ambientali. I negoziati sarebbero collegati alla revoca del blocco americano sui porti iraniani.
L’intesa rappresenterebbe un parziale arretramento di Teheran rispetto alla posizione iniziale, che avrebbe richiesto il transito in entrambe le direzioni attraverso acque sia iraniane sia omanite, includendo anche le navi già presenti nel Golfo sotto un sistema di transito gestito dall’Iran. Non è chiaro se un eventuale accordo ripristinerebbe il precedente memorandum d’intesa tra Washington e Teheran o richiederebbe un nuovo quadro, né l’intesa risolverebbe altri due nodi: la richiesta iraniana di un cessate il fuoco regionale e le pretese statunitensi sul programma nucleare.
L’autore prevede che l’amministrazione Trump incontrerà resistenze da ambienti falchi a Washington e in Israele, contrari a un’intesa che legittimerebbe di fatto la gestione iraniana (e omanita) dello stretto. Questa critica, sostiene Parsi, nasce da una confusione tra l’interesse reale degli Stati Uniti — il flusso libero e prevedibile dei commerci — e l’obiettivo di impedire a una potenza ostile di esercitare controllo.
Il testo richiama tre precedenti storici a sostegno della tesi. Nel 1956, durante la crisi di Suez, il presidente Dwight Eisenhower rifiutò di sostenere l’invasione anglo-francese-israeliana dell’Egitto dopo la nazionalizzazione del canale da parte di Gamal Abdel Nasser, accettando l’amministrazione egiziana purché fosse garantito il passaggio non discriminatorio. La Convenzione di Montreux del 1936 ha permesso alla Turchia, alleata NATO, di controllare il Bosforo e i Dardanelli mantenendo comunque la libertà di transito commerciale. Nel Mar Cinese Meridionale, gli Stati Uniti non rivendicano sovranità territoriale ma si opporrebbero solo a pretese marittime eccessive e a restrizioni illegittime alla navigazione.
Parsi sostiene che il conflitto in corso non abbia conferito all’Iran la capacità di chiudere lo stretto, ma ne avrebbe rivelato una capacità già esistente, forse sottovalutata sia da Washington sia da Teheran. Un accordo che riconosca questa realtà, con salvaguardie su non discriminazione, procedure di notifica, tariffe limitate a servizi effettivi e un meccanismo di risoluzione delle controversie, non amplierebbe il potere militare iraniano ma ne limiterebbe l’esercizio attraverso un impegno vincolante. L’alternativa, insistere sull’inaccettabilità anche solo simbolica del ruolo iraniano, rischierebbe di produrre un conflitto senza fine, dato che l’azione militare non ha finora garantito il passaggio.
Il commento di GrNet.it
La crisi di Suez del 1956 insegna che accettare l’amministrazione locale di una via d’acqua strategica non equivale a rinunciare all’interesse prioritario, la libertà di transito, e che un alleato può essere fermato quando la sua azione militare rischia di compromettere quell’interesse più della sovranità formale del canale. Il parallelo con Hormuz, per un osservatore con formazione militare, sposta l’attenzione dal chi controlla al come si esercita quel controllo, un distinguo che la retorica sulla and quo la fine della supremazia americana tende a offuscare. Va detto che il parallelo con Suez zoppica su un punto: l’Egitto del 1956 non deteneva armamenti capaci di minacciare la rotta stessa, mentre l’Iran, secondo l’analisi, avrebbe già oggi capacità di interdizione che il conflitto ha solo rivelato, non creato. Per l’Italia, che dipende dal Golfo per una quota rilevante degli approvvigionamenti energetici transitati per mare, la posta in gioco non è ideologica ma logistica: un regime di transito stabile, anche se non perfettamente allineato alla postura statunitense, vale più di una crisi permanente giustificata da un principio di primazia.
Fonte: Quincy · Pubblicato il 5 agosto 2026




