Il gasolio americano, nuova vulnerabilità energetica dell’Europa

Secondo un’analisi di Petras Katinas pubblicata dal Royal United Services Institute (RUSI), la possibile decisione di Washington di limitare le esportazioni di diesel rischia di trasformare in vulnerabilità proprio la strategia con cui gli Stati Uniti hanno spinto l’Europa a ridurre la dipendenza dall’energia russa.
Il 22 settembre 2026 il presidente Donald Trump ha dichiarato di poter sostenere un divieto o una restrizione quantitativa alle esportazioni statunitensi di diesel, affermando di aver chiesto alla propria amministrazione di valutare l’opzione. Il segretario al Tesoro Scott Bessent ha confermato che gli uffici stanno esaminando «se un divieto totale o parziale possa funzionare» senza compromettere le capacità di raffinazione. La mossa segnerebbe un’inversione rispetto alla dottrina della «dominanza energetica» perseguita da Trump fin dal primo mandato, quando petrolio greggio, prodotti raffinati e gas naturale liquefatto (GNL) venivano presentati come strumenti di sicurezza economica e nazionale statunitense, dottrina rilanciata nel quadro commerciale USA-UE del 2025, che prevede acquisti europei aggiuntivi di energia americana.
Restrizioni alle esportazioni di prodotti petroliferi sono già state adottate da altri grandi produttori, per far fronte a carenze internazionali legate al blocco delle rotte del Golfo. La Cina ha limitato le esportazioni di carburanti raffinati nel marzo 2026, dopo che il conflitto con l’Iran aveva interrotto le forniture di greggio. La Russia ha ristretto le esportazioni di diesel a luglio, quando gli attacchi ucraini avevano compresso il mercato interno dei carburanti.
Il rapporto sottolinea che il significato di un’eventuale restrizione statunitense va oltre l’effetto immediato sui prezzi del diesel. Imporre limiti alle esportazioni durante uno shock globale dell’offerta potrebbe alimentare, tra gli alleati europei, dubbi sull’affidabilità degli Stati Uniti come fornitore energetico, proprio dopo anni in cui Washington ha incoraggiato l’Europa ad aumentare la propria dipendenza dall’energia americana come garanzia contro future interruzioni a sfondo politico. Una mossa di questo tipo, si legge nell’analisi, minerebbe direttamente uno degli argomenti alla base della diplomazia energetica statunitense: l’idea che una maggiore dipendenza dalle forniture americane riduca il rischio geopolitico.
Le implicazioni sono aggravate dalla scarsità delle alternative disponibili. Dall’inizio del 2026 l’Unione europea vieta le importazioni di prodotti petroliferi di paesi terzi raffinati da greggio russo, chiudendo un canale che permetteva al greggio russo di rientrare indirettamente nel mercato europeo. La Russia, tra i maggiori esportatori mondiali di diesel, ha a sua volta limitato le proprie vendite all’estero per proteggere il mercato interno, con eccezioni riservate ai paesi coperti da accordi intergovernativi con Mosca. I flussi attraverso lo Stretto di Hormuz restano fortemente compromessi dal conflitto con l’Iran di febbraio: tra marzo e agosto 2026 le esportazioni mediorientali di diesel sono risultate inferiori di circa il 50 per cento su base annua, nonostante misure di emergenza nel trasporto marittimo, mentre le rotte alternative sono diventate più costose e limitate.
Sul fronte interno, i parlamentari repubblicani fanno pressione sul presidente in vista delle elezioni di metà mandato di novembre affinché contenga le esportazioni, mentre il prezzo medio nazionale del diesel negli Stati Uniti ha superato per la prima volta i 6,50 dollari (4,87 sterline) al gallone il 22 settembre. Per Washington il dilemma è definito insolitamente delicato: un blocco delle esportazioni offrirebbe un sollievo politico interno di breve periodo, ma sottrarrebbe offerta a un mercato internazionale già teso, proprio mentre le esportazioni statunitensi compensano il calo della disponibilità russa e mediorientale.
Il portavoce della Commissione europea Olof Gill ha dichiarato il 24 settembre che ci si aspetta che «i partner più stretti si consultino reciprocamente prima di adottare misure che incidono su mercati condivisi». L’analisi ricorda tuttavia che il precedente di Trump in materia di consultazione con gli alleati non è dei più solidi: un anno prima, nel 2025, il presidente aveva minacciato dazi sui paesi europei che non avessero acquistato più energia statunitense, e oggi minaccia di interrompere forniture di diesel divenute vitali per il continente. Per i responsabili politici europei, conclude il RUSI, la dipendenza dall’energia americana rischia di essere percepita non più solo come strumento di diversificazione dalla Russia e dal Medio Oriente, ma come un rischio politico specifico da ridurre.
Il commento di GrNet.it
L’analisi RUSI descrive con precisione il paradosso della diplomazia energetica statunitense, ma lascia sullo sfondo un aspetto tutt’altro che marginale per l’Italia: la vulnerabilità logistica del sistema nazionale di raffinazione e distribuzione, già sotto pressione dopo il ridimensionamento dei flussi russi e mediorientali. Un’eventuale restrizione statunitense al diesel non inciderebbe solo sui prezzi al consumo, ma toccherebbe la continuità operativa di settori a duplice uso civile-militare, dal trasporto su gomma alla logistica portuale, che in caso di crisi alimentano anche la catena di rifornimento delle Forze armate. La lezione è nota fin dalle crisi petrolifere del Novecento: la diversificazione delle fonti riduce un rischio ma può generarne uno nuovo, se il fornitore che la sostituisce resta comunque soggetto a logiche politiche interne. Per Roma, che ha puntato su GNL e prodotti raffinati anche di provenienza statunitense dopo il 2022, la vicenda suggerisce di rafforzare le scorte strategiche nazionali e il coordinamento con i partner europei, senza affidarsi in modo eccessivo a un singolo fornitore, per quanto alleato.
Fonte: RUSI · Pubblicato il 24 settembre 2026




