Sanzioni UE e criptovalute: colpire l’infrastruttura, non solo i portafogli

Secondo un’analisi del Royal United Services Institute (RUSI), pubblicata il 18 giugno 2026 e firmata da Tom Keatinge e Kinga Redlowska del Centre for Finance and Security, l’Unione europea deve abbandonare l’approccio entità per entità nella lotta all’evasione delle sanzioni tramite criptovalute e adottare una strategia orientata al colpire l’infrastruttura finanziaria che rende le cripto-attività utili agli attori sanzionati.
Il documento trae le sue raccomandazioni da un roundtable convocato a inizio giugno 2026 presso RUSI Europe a Bruxelles, al quale hanno partecipato responsabili politici di UE e Regno Unito insieme a esperti del settore cripto. Il punto di partenza è una constatazione operativa: le criptovalute non hanno sostituito i canali finanziari tradizionali usati dalla Russia per aggirare le sanzioni occidentali, ma li affiancano, fornendo liquidità alle reti di approvvigionamento, facilitando i pagamenti transfrontalieri e riducendo la dipendenza dai circuiti bancari più sorvegliati.
Il caso del network A7, e del token A7A5 in particolare, è analizzato come esempio emblematico. Gli autori sostengono che il problema non sia l’esistenza del token in sé — strumenti di questo tipo sono facilmente replicabili — bensì la sua convertibilità: la capacità di trasformare valore denominato in rubli in stablecoin come Tether o in dollari attraverso exchange, broker e controparti di paesi terzi. È in questi nodi di conversione che le sanzioni possono produrre effetti concreti.
A supporto di questa tesi, il rapporto esamina le recenti designazioni britanniche, tra cui quella dell’exchange HTX e di piattaforme con esposizione a Garantex e Grinex. I primi segnali mostrano che i grandi exchange hanno reagito rapidamente, alcuni utenti hanno tentato di spostare fondi, i fornitori di analisi blockchain hanno aggiornato i punteggi di rischio e i processori di pagamento hanno rivalutato la propria esposizione. La designazione ha inoltre generato pressione reputazionale, costringendo le piattaforme a rispondere pubblicamente. Il network non è stato smantellato in modo permanente, ma l’esperienza dimostra che le sanzioni producono effetti laddove l’attività cripto dipende dall’economia formale e da infrastrutture sensibili alla reputazione.
Sul fronte degli stablecoin, il testo argomenta che gli emittenti non possono essere esentati da responsabilità: l’UE dovrebbe esercitare maggiore pressione affinché applichino standard di integrità più stringenti ai propri clienti, analogamente a quanto avviene per i gatekeepers del sistema finanziario tradizionale in dollari.
La sfida delle giurisdizioni terze è descritta come particolarmente complessa. Molte entità cripto operano in più paesi contemporaneamente, con registrazione, utenti e infrastrutture distribuite su più ordinamenti. Il Kirghizistan è citato esplicitamente per il suo ruolo apparente nelle attività legate ad A7. Gli autori avvertono che se reti analoghe si espandessero in Africa, nel Caucaso, in Asia centrale o nel Golfo, un approccio lento e cauto rischierebbe di permettere loro di radicarsi e acquisire protezione politica locale.
Le cinque priorità indicate per la prossima fase della risposta UE sono: adottare una logica di targeting dell’infrastruttura; concentrarsi sulla liquidità e sulla convertibilità piuttosto che sulla mera esistenza dei token; accelerare i cicli di designazione e implementazione; costruire un dialogo strutturato pubblico-privato con exchange, emittenti di stablecoin, banche e fornitori di analisi; coordinare le azioni con Regno Unito e Stati Uniti per evitare che le divergenze nelle liste e nell’applicazione creino varchi sfruttabili.
Il commento di GrNet.it
L’analisi trascura un elemento che per l’Italia ha peso specifico: la presenza nel Mediterraneo orientale e nei Balcani di intermediari finanziari — non necessariamente entità cripto in senso stretto — che fungono da ponte tra il sistema A7 e il circuito bancario tradizionale europeo. La raccomandazione di costruire una watchlist permanente di giurisdizioni e strutture societarie legate all’infrastruttura finanziaria alternativa russa è condivisibile, ma richiede che le Financial Intelligence Unit nazionali abbiano accesso in tempo reale agli aggiornamenti di designazione, cosa che oggi non è garantita in modo uniforme tra i paesi membri. La distinzione tra ciò che le designazioni britanniche hanno documentato in modo verificabile — reazioni degli exchange, aggiornamenti dei risk score — e ciò che rimane sul piano delle aspettative — la disruption duratura delle reti — merita di essere tenuta ferma: i precedenti di Garantex mostrano che le reti si riorganizzano in tempi brevi. Vale infine la pena chiedersi se il coordinamento trilaterale UE-UK-USA invocato dagli autori sia realisticamente perseguibile nell’attuale contesto transatlantico, o se l’UE debba costruire una capacità autonoma di enforcement che non dipenda dalla sincronia con Washington.
Fonte: RUSI · Pubblicato il 17 giugno 2026


