Iraq, Siria e Libano cercano rotte alternative a Hormuz

Erano 3,3 milioni di barili al giorno le esportazioni petrolifere irachene dai giacimenti meridionali prima della guerra contro l’Iran, un flusso collassato nella seconda settimana di marzo dopo la chiusura di fatto dello Stretto di Hormuz e risalito solo a 2,3 milioni di barili al giorno in agosto, grazie a sconti offerti agli acquirenti e a un permesso di transito che Teheran avrebbe concesso alle petroliere irachene. Lo ricostruisce un’analisi di Chatham House, secondo cui la crisi ha esposto la fragilità delle rotte commerciali ed energetiche tradizionali e scompaginato gli equilibri di potere regionali.
In questo contesto Iraq, Siria e Libano stanno cercando di trasformare la loro posizione geografica tra Europa e Golfo in un vantaggio, puntando su oleodotti, strade, ferrovie e corridoi digitali. I tre governi, un tempo parte dell’ordine regionale iraniano, cercano oggi maggiore sovranità diversificando i propri legami economici, con il sostegno dell’amministrazione Trump.
Il progetto più avanzato è un nuovo oleodotto tra Iraq e Siria, spesso descritto come la ripresa dello storico tracciato Kirkuk-Baniyas ma concepito come una rete più ampia che collegherebbe i giacimenti iracheni settentrionali e meridionali a un hub a Haditha, da cui il petrolio potrebbe raggiungere il porto siriano di Baniyas o dirigersi verso la Turchia. Le stime indicano un costo di circa 15 miliardi di dollari e circa quattro anni di lavori, per una capacità iniziale di due milioni di barili al giorno: un volume che diversificherebbe ma non sostituirebbe Hormuz, dato che la maggior parte del petrolio iracheno è destinata ai mercati asiatici.
Parallelamente Baghdad valuta l’espansione degli export verso il porto turco di Ceyhan e la revisione di un vecchio progetto verso Aqaba, in Giordania. Libano e Siria, dal canto loro, hanno ispezionato un possibile collegamento ferroviario tra il porto di Tripoli e Homs, primo passo verso un corridoio più ampio che potrebbe estendersi fino a Iraq, Turchia e Golfo. La riabilitazione della rete ferroviaria siriana, danneggiata dalla guerra, avrebbe un costo stimato di 5,5 miliardi di dollari. Si aggiunge un progetto di cavi in fibra ottica da 700 milioni di dollari tra Iraq e Siria, pensato per offrire agli Stati del Golfo rotte terrestri alternative ai cavi sottomarini.
Gli ostacoli restano tuttavia rilevanti. Nei primi sei mesi del conflitto si sono registrati oltre 100 attacchi contro infrastrutture energetiche nella regione. In Libano più di un milione di persone sono state sfollate a causa dell’occupazione israeliana della zona di sicurezza nel sud, mentre in Siria Israele controlla dal dicembre 2024 la zona demilitarizzata sequestrata. Gruppi legati all’Iran hanno colpito il campo di gas di Khor Mor in Iraq e provocato la chiusura temporanea dell’oleodotto East-West saudita, mentre gli Houthi hanno attaccato petroliere saudite e conquistato tratti della costa dello Stretto di Bab al-Mandab. Nella Siria orientale, lungo il tracciato del futuro corridoio iracheno, anche cellule dello Stato islamico hanno colpito pozzi petroliferi e autobotti.
A questo si aggiungono corruzione endemica e frammentazione istituzionale: Iraq, Siria e Libano occupano posizioni basse nell’indice sulla corruzione percepita di Transparency International, e la debolezza degli apparati statali rende difficile garantire il finanziamento, la sicurezza e il completamento di progetti su questa scala. Per Chatham House la connettività non equivale automaticamente a sovranità: senza istituzioni capaci di gestire e proteggere le nuove infrastrutture, e di distribuirne i benefici oltre le élite, il rischio è che l’ordine regionale post-bellico continui a formarsi attorno a questi tre paesi, non grazie a loro.
Il commento di GrNet.it
Camion in fila al terminale di Baniyas, in attesa di caricare il petrolio siriano su petroliere ferme in rada: è l’immagine scelta da Chatham House per accompagnare l’analisi, e racconta meglio di qualunque tabella la distanza tra gli annunci infrastrutturali e la capacità reale di movimentare il greggio. Un oleodotto da 15 miliardi di dollari attraverso zone dove operano milizie legate a Teheran e cellule dello Stato islamico resta, ad oggi, un progetto su carta più che un’infrastruttura protetta. Per chi ha pianificato scorte e sicurezza dei convogli in teatri instabili, la vera variabile non è la capacità nominale della rete, ma la continuità di esercizio sotto minaccia, cosa che nessuna stima di quattro anni di costruzione può garantire da sola. Per l’Italia, che ha interessi diretti nella stabilità delle rotte mediterranee e nella diversificazione energetica, la vicenda suggerisce di guardare a questi corridoi con un orizzonte di rischio più lungo di quello degli annunci politici che li accompagnano.
Fonte: Chatham House · Pubblicato il 25 settembre 2026




