Kosovo, il ritiro NATO lascia scoperto il nord serbo

Secondo un’analisi pubblicata da Responsible Statecraft, testata legata al Quincy Institute, il progressivo ritiro della missione KFOR da Kosovo arriva in un momento di tensione crescente e rischia di lasciare senza protezione l’ultima comunità serba compattamente insediata nel paese, quella del nord attorno a Mitrovica.
L’autrice, Sandra Davidovic, ricostruisce una sequenza di episodi avvenuti nell’estate 2026: a luglio la polizia ha fermato 37 serbi durante una commemorazione a Gazimestan e ha perquisito fedeli in un monastero vicino a Prizren; un agricoltore serbo del villaggio di Dren è stato prelevato da casa, legato a un albero e picchiato al punto da richiedere terapia intensiva a Belgrado; ad agosto un escavatore statale ha demolito diciassette abitazioni di proprietà serba, dichiarate abusive. L’Unione Europea ha definito preoccupante la condotta dello Stato kosovaro in tutti questi casi, senza però intervenire per fermarla.
È in questo contesto che KFOR — la missione di pace a guida NATO nata dopo l’intervento occidentale del 1999 — ha annunciato il ritiro graduale dal ponte di Mitrovica, simbolo della divisione tra serbi del nord e albanesi del sud, motivandolo con il miglioramento della situazione di sicurezza. I serbi hanno protestato e Belgrado ha giudicato prematura la decisione.
L’analisi ripercorre la storia del nord kosovaro: dopo il 1999, circa 200.000 serbi e altri non albanesi furono cacciati dalle proprie case in atti di rappresaglia, mentre chiese venivano bruciate e proprietà confiscate, spesso davanti a una presenza internazionale che non intervenne. Solo il nord, grazie all’autodifesa organizzata dai cosiddetti «bridge watchers» e al sostegno di KFOR, che accettò il fiume come linea di difesa schierando carri armati ai valichi, restò indenne dalla violenza, consolidando però un ordine parallelo con proprie corti, comuni, università e sistema sanitario.
Il rapporto descrive come, dopo l’indipendenza del 2008, Washington abbia spinto l’Unione Europea ad assumere la guida del dossier, puntando sulla leva dell’adesione comunitaria per smantellare quell’assetto, dichiarato un «buco nero» da Bruxelles. L’accordo di Bruxelles del 2013, accettato dal governo di Aleksandar Vučić in cambio del monopolio politico della Srpska Lista sui serbi del nord, prometteva in cambio l’Associazione dei Comuni a maggioranza serba, mai realizzata. Il ritorno al potere di Albin Kurti nel 2021 ha portato a misure coercitive — eliminazione del dinaro serbo, targhe kosovare, sequestro di edifici comunali, insediamento di sindaci albanesi, dispiegamento di unità speciali — culminate nello scontro di Banjska del settembre 2023, con un poliziotto kosovaro e tre assalitori uccisi.
Nel maggio 2026 Washington ha dichiarato, in un rapporto al Congresso sulla politica statunitense nei Balcani occidentali, di non voler più agire da supervisore della regione, venendo meno a un vincolo che per vent’anni aveva limitato Pristina. L’autrice conclude che l’Europa, subentrata nella gestione del dossier, ha prodotto dichiarazioni senza mai fermare l’espansione dell’autorità kosovara nel nord, mentre Belgrado ha ormai poco da negoziare avendo già ceduto quell’area un decennio fa.
Il commento di GrNet.it
Il vero perno della sicurezza nel nord del Kosovo non era mai stato il dialogo di Bruxelles, ma la presenza fisica di un contingente NATO disposto a fare da linea di frontiera lungo il fiume Ibar, esattamente come nel 1999 con i carri armati ai ponti. Quando quella garanzia militare arretra senza che sia stato costruito un sostituto politico credibile — l’Associazione dei Comuni a maggioranza serba è rimasta lettera morta da oltre un decennio — il rischio non è teorico ma operativo, come dimostra Banjska nel 2023. Per i contingenti italiani impegnati storicamente in Kosovo la lezione è che il presidio militare ha spesso supplito a un vuoto negoziale, non lo ha risolto, e un ritiro calibrato solo sui parametri di sicurezza dichiarati da Pristina rischia di leggere male la fragilità reale del terreno. Vale la pena chiedersi se Roma, che nei Balcani mantiene interessi di stabilità diretti, stia valutando autonomamente questo scenario o si limiti a seguire la lettura fornita da Washington e Bruxelles.
Fonte: Quincy · Pubblicato il 16 settembre 2026




