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La Cina regge lo shock di Hormuz grazie all’elettrificazione, l’Europa osserva

Nel 2003 l’allora segretario generale del Partito comunista cinese Hu Jintao coniò l’espressione «dilemma di Malacca», riferendosi alla vulnerabilità energetica legata a quello stretto. Da allora la sicurezza energetica è diventata il perno della strategia industriale a basse emissioni di Pechino, un impianto che secondo un’analisi di Chatham House ha dimostrato la sua efficacia con la crisi innescata dalla guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran.

La Cina importa il 70 per cento del proprio petrolio, circa metà del quale dal Golfo, ed era quindi il paese più esposto alle interruzioni nello Stretto di Hormuz. È stato tuttavia il meno colpito. Mentre i 32 membri dell’International Energy Agency hanno dovuto ricorrere al più grande rilascio di scorte mai effettuato — oltre 400 milioni di barili complessivi, di cui 172 milioni dalla riserva strategica statunitense — Pechino è entrata nella crisi con circa 1,4 miliardi di barili immagazzinati, l’equivalente di almeno tre mesi di importazioni.

Un terzo dei barili persi dal Golfo è stato sostituito con forniture da altri paesi, tra cui il Brasile, secondo dati dell’Asia Group. Le importazioni cinesi di greggio sono comunque scese da 12 milioni di barili al giorno alla vigilia del conflitto a meno di 8 milioni tra maggio e giugno. Circa il 60 per cento di questo calo è stato coperto dalle scorte; il resto ha coinciso con un’effettiva riduzione dei consumi, favorita dai tagli alla raffinazione e dal blocco delle esportazioni di carburante imposto da Pechino ai grandi raffinatori statali.

La tenuta cinese non è un effetto collaterale della politica climatica, sostengono gli autori, ma il risultato di un’elettrificazione che permette di ridurre i consumi di petrolio senza ridurre la mobilità. I veicoli elettrici hanno rappresentato oltre il 60 per cento delle vendite mensili nel primo semestre del 2026, e nello stesso periodo la Cina ha installato più capacità eolica di quanta ne avesse aggiunta in ogni intero anno solare precedente al 2025.

Il quindicesimo Piano quinquennale (2026-2030) formalizza questa impostazione, puntando a stabilizzare la produzione interna di greggio a 200 milioni di tonnellate e a garantire l’approvvigionamento di minerali critici per le nuove energie. Il modello viene già seguito da economie asiatiche come l’Indonesia, che punta a un trasporto interamente elettrico, mentre il Sud-est asiatico ha speso oltre 20 miliardi di dollari in tecnologie pulite cinesi nel solo 2026, secondo dati Ember citati da Reuters.

Il rapporto segnala però un rovescio della medaglia: la concentrazione cinese nella produzione di pannelli solari, batterie e componenti critici — oltre il 90 per cento del polisilicio globale nel 2024 — può generare nuove dipendenze, come dimostra il blocco delle esportazioni di terre rare verso il Giappone deciso da Pechino a gennaio. La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha ricordato mercoledì che l’Unione dipende da Pechino per oltre l’80 per cento di alcune materie prime critiche, fino al 90 per cento per talune terre rare, mentre Bruxelles definisce quest’autunno le regole dell’Industrial Accelerator Act e la propria postura commerciale verso la Cina.

Il commento di GrNet.it

L’analisi non affronta un punto che dovrebbe interessare chi pianifica la resilienza energetica in chiave di difesa: l’elettrificazione riduce la vulnerabilità a uno shock acuto come quello di Hormuz, ma non elimina la dipendenza da una filiera concentrata, sposta semmai il rischio dal breve al lungo periodo. Per un paese come l’Italia, che importa quote rilevanti di pannelli, inverter e componenti da batteria dalla Cina, la lezione non è smettere di elettrificare ma diversificare i fornitori critici prima che la dipendenza diventi strutturale. Il precedente del blocco delle terre rare verso il Giappone a gennaio mostra che la leva geoeconomica cinese è già stata attivata, non è un’ipotesi teorica. Bruxelles discute regole industriali comuni, ma la capacità di produrre o certificare componenti critici in ambito nazionale resta un tema che riguarda anche la continuità delle catene di rifornimento per la difesa, non solo la transizione civile.


Fonte: Chatham House · Pubblicato il 17 settembre 2026

Redazione GrNet - Sicurezza e Difesa

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