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Aiuti allo sviluppo e sicurezza: cosa rivela la chiusura di USAID

Secondo un’analisi pubblicata da RUSI e firmata da Oliver Vanden Eynde, Dominic Rohner, Uwe Sunde, Austin L. Wright e Jing-Rong Zeng, la sospensione improvvisa dell’Agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale (USAID), decisa dalla seconda amministrazione Trump nel gennaio 2025, costituisce un caso di studio raro per verificare empiricamente il legame tra aiuto allo sviluppo e sicurezza. USAID operava in oltre 100 paesi ed era una delle maggiori agenzie di cooperazione al mondo; la sua chiusura ha sollevato timori immediati sulla stabilità delle regioni più dipendenti dai suoi programmi.

Gli autori ricordano che l’aiuto allo sviluppo agisce da sempre come arma a doppio taglio sul piano della sicurezza. Da un lato riduce la povertà e crea occupazione, abbassando l’incentivo ad arruolarsi in gruppi armati, il cosiddetto ‘effetto costo-opportunità’. Dall’altro, l’afflusso di risorse può alimentare comportamenti predatori verso beni appropriabili, l’‘effetto rapacità’, che favorisce il conflitto. La letteratura empirica basata su esperimenti randomizzati o naturali ha prodotto risultati contrastanti, in parte perché si concentra su effetti locali senza cogliere gli spostamenti della violenza verso paesi vicini.

Per superare questo limite, il gruppo di ricerca ha incrociato dati georeferenziati sugli esborsi USAID con i registri degli eventi violenti nelle regioni subnazionali africane, confrontando gli esiti nei dieci mesi precedenti e successivi alla chiusura dell’agenzia tra aree con diversa esposizione storica ai finanziamenti statunitensi.

Nelle regioni collocate al 75° percentile di esposizione all’aiuto statunitense, il ritiro dei fondi è associato a una probabilità di conflitto superiore del 6,5% rispetto alle aree che non ricevevano alcun sostegno. Il numero di eventi di conflitto è cresciuto del 10,6%, i conteggi di combattimenti del 6,9% e i decessi legati ai combattimenti del 9,3%. Un’analisi di tipo ‘event-study’, condotta per verificare l’assenza di differenze preesistenti nelle tendenze tra le due categorie di regioni, conferma un incremento relativo del 12,3% degli eventi di conflitto, con effetti che persistono lungo l’intero periodo osservato: le proteste sono comparse quasi subito, mentre i combattimenti si sono intensificati nei mesi successivi.

I paesi con istituzioni politiche più solide e inclusive hanno assorbito meglio lo shock, indicando che la qualità della governance può attenuare l’effetto destabilizzante della sospensione degli aiuti. Il meccanismo proposto dagli autori è un aggiustamento asimmetrico: quando l’aiuto scompare all’improvviso, l’incentivo economico che scoraggia la violenza si indebolisce più rapidamente della rendita che i gruppi armati si contendono.

Gli autori avvertono che è prematuro trarre conclusioni sugli effetti di medio e lungo periodo, così come su altri tagli agli aiuti da parte di donatori diversi. Tuttavia, se la riduzione dell’assistenza allo sviluppo dovesse tradursi in un aumento duraturo dell’insicurezza, i paesi donatori potrebbero finire per sostituire la cooperazione allo sviluppo con l’assistenza alla sicurezza. Il parallelo viene rafforzato dal caso afghano, dove il disimpegno dagli aiuti alla sicurezza internazionale ha anch’esso favorito un incremento della violenza. Gli effetti del conflitto, ricordano gli autori, raramente restano confinati entro i confini nazionali: generano flussi di rifugiati, interrompono commerci e investimenti e offrono spazio operativo a gruppi armati transnazionali.

Lo studio propone infine il concetto di ‘moltiplicatore di pace’: investimenti mirati in istruzione, salute e accesso al mercato del lavoro rafforzano il capitale umano, una risorsa non appropriabile a differenza del capitale fisico, e possono così ridurre in modo univoco gli incentivi al conflitto mentre sostengono lo sviluppo economico, generando quello che gli autori definiscono un doppio dividendo.

Il commento di GrNet.it

Il taglio unilaterale di un canale di aiuto internazionale produce effetti di sicurezza immediati, non solo umanitari, ed è un dato che la pianificazione della cooperazione italiana non può più permettersi di ignorare. Lo studio richiama, per analogia, il caso del disimpegno dagli aiuti alla sicurezza in Afghanistan, dove il ritiro ha prodotto una dinamica di instabilità paragonabile. Per l’Italia, presente con programmi di cooperazione e missioni di stabilizzazione in aree del Sahel e del Corno d’Africa, la lezione riguarda la sequenza delle uscite: sospendere bruscamente un programma di sviluppo senza un piano di transizione rischia di produrre lo stesso effetto destabilizzante di un ritiro militare non pianificato. Resta aperta la questione se la qualità delle istituzioni locali, indicata dagli autori come fattore di assorbimento dello shock, sia un elemento su cui la cooperazione italiana possa realmente incidere nel breve periodo.


Fonte: RUSI · Pubblicato il 23 settembre 2026

Redazione GrNet - Sicurezza e Difesa

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