Cina, la guerra a bassa intensità che l’Europa fatica a riconoscere

Una motovedetta della guardia costiera cinese che trasmette messaggi radio alle navi commerciali rivendicando giurisdizione sulle acque taiwanesi, un blocco di 34 ore intorno alle isole Pratas, un cavo sottomarino reciso senza che nessuno possa provarne la deliberata intenzionalità. Sono scene isolate, apparentemente minori, che secondo Sari Arho Havrén, ricercatrice associata del RUSI (Royal United Services Institute), vanno lette come sequenza e non come episodi a sé stanti.
Nell’analisi pubblicata dal think tank britannico, Pechino avrebbe messo a punto quella che l’autrice definisce una guerra combattuta con altri mezzi: un’azione incrementale, nave per nave, licenza per licenza, narrazione per narrazione, calibrata per restare sempre sotto la soglia che giustificherebbe una risposta occidentale decisa. Il risultato cumulativo, sostiene il rapporto, produce comunque erosione di sovranità, dipendenze economiche e fratture nelle coalizioni alleate.
Il caso più documentato riguarda Taiwan. A inizio giugno 2026 la guardia costiera taiwanese ha segnalato la prima operazione coordinata tra una motovedetta cinese e una nave oceanografica per esercitare pressione sulle isole Pratas, nel Mar Cinese Meridionale settentrionale, con trasmissioni radio che invocavano la riunificazione nazionale. Giorni dopo Pechino ha inviato la sua unità di pattugliamento più grande nelle acque a est di Taiwan, citando per la prima volta i colloqui sui confini marittimi tra Giappone e Filippine come pretesto per rivendicare giurisdizione in un’area storicamente meno presidiata.
Sul fronte economico, il rapporto ricorda le due ondate di controlli sulle esportazioni di terre rare imposte da Pechino nel 2025, ad aprile e ottobre, quest’ultima innescata in parte dall’intervento del governo olandese sulla società di semiconduttori Nexperia, di proprietà cinese. Misure temporanee e reversibili per design, osserva l’autrice, sufficienti a infliggere danno senza spingere le economie occidentali verso una diversificazione permanente. Il commissario europeo al Commercio, Maroš Šefčovič, ha commentato che quasi tutto, oggi, può essere trasformato in arma.
Il terzo fronte individuato è quello cognitivo. Il National Security Bureau di Taiwan ha identificato nel 2025 oltre 45.000 account falsi e più di due milioni di contenuti di disinformazione diretti contro l’isola, con l’obiettivo di minare la fiducia nell’affidabilità degli Stati Uniti come alleato e nelle stesse istituzioni taiwanesi.
Sul piano delle contromisure, il rapporto indica tre priorità: accelerare la diversificazione delle catene di approvvigionamento critiche, opporre alla presenza grigia cinese in mare una presenza costante e una documentazione sistematica degli incidenti, e soprattutto garantire rapidità e coesione nella risposta collettiva. L’autrice segnala inoltre l’assenza, salvo la cosiddetta Pax Silica, di alleanze di sicurezza economica paragonabili ai trattati di difesa reciproca. Per il Regno Unito, conclude, la linea più sensata è allinearsi all’irrigidimento europeo dove gli interessi convergono, muovendosi però più rapidamente su misure di sicurezza nazionale.
Il commento di GrNet.it
L’analisi individua con precisione i tre fronti — marittimo, geoeconomico, cognitivo — ma lascia in ombra un problema che riguarda direttamente le forze armate italiane: chi, nella catena di comando nazionale, ha oggi il mandato di fondere in un’unica valutazione un incidente cyber, una licenza export negata e una campagna di disinformazione online. In Italia questa competenza è oggi dispersa tra Ministero della Difesa, intelligence, Ministero delle Imprese e Autorità per le comunicazioni, senza un punto di sintesi paragonabile a quello che il rapporto auspica per l’Unione Europea. La dipendenza italiana da componentistica e materie prime critiche non è meno rilevante di quella olandese o tedesca citata nel testo, eppure il dibattito pubblico nazionale tratta ancora questi temi come questioni industriali separate dalla sicurezza. Prima di discutere di deterrenza nel Mediterraneo o nell’Indo-Pacifico, varrebbe la pena chiedersi se esista, a Roma, una capacità di lettura integrata paragonabile a quella che l’autrice chiede a Bruxelles.
Fonte: RUSI · Pubblicato il 7 luglio 2026



