La quarantena di Taiwan si prova già a est dell’isola

Fino a che punto Pechino è disposta a spingersi nel controllo delle rotte commerciali attorno a Taiwan? Un’analisi pubblicata da RUSI, firmata dal Commodoro (in congedo) Peter Olive, da Philip Shetler-Jones e da Caroline Tuckett, indica che la risposta è arrivata a giugno con quella che gli autori definiscono la «Bashi Breakout»: un pattugliamento di quattro giorni condotto dalla Guardia Costiera Cinese (CCG) e dalla Maritime Safety Administration (MSA) nelle acque a est di Taiwan.
L’operazione era stata inizialmente giustificata come risposta ai negoziati tra Filippine e Giappone sulla demarcazione delle rispettive Zone Economiche Esclusive (ZEE) che attraversano quell’area. I media di Stato della Repubblica Popolare Cinese hanno però successivamente chiarito che si tratta della prima di una serie di missioni destinate a consolidare la giurisdizione rivendicata da Pechino su quelle acque, in continuità con le tattiche già impiegate nel Mar Cinese Meridionale.
Il dato che gli autori giudicano decisivo è che durante il pattugliamento sono state ispezionate 198 navi mercantili internazionali in transito nella regione, non dirette a Taiwan, con «avvisi correttivi» notificati a tre di esse. Finora l’interferenza cinese si era limitata alle imbarcazioni taiwanesi nello Stretto: l’estensione a naviglio internazionale segna, secondo il rapporto, un momento di svolta.
Gli autori collegano l’episodio a una traiettoria più ampia: dal 2021 la Cina ha costruito un impianto normativo interno che rivendica sovranità su acque ben oltre Taiwan e attribuisce alla CCG poteri di controllo sul traffico commerciale. Un primo tentativo di applicazione, nel 2023, aveva riguardato solo il naviglio taiwanese vicino a Kinmen; esercitazioni successive nel 2024 e 2025 hanno visto coordinamento con l’Esercito Popolare di Liberazione e con la milizia marittima, la forza paramilitare di pescherecci impiegata anche in ruoli di sicurezza, fino a un blocco simulato delle rotte tra Taiwan e Giappone con tattiche di sciame.
L’obiettivo descritto non è l’invasione, ma una quarantena guidata dalla guardia costiera e presentata come misura di applicazione della legge interna, non come atto di guerra navale: una modalità che permetterebbe a Pechino di rivendicare la natura domestica della vicenda, sottraendola formalmente all’attenzione di altre potenze regionali o globali.
Bloomberg, citata nel rapporto, stima che un blocco o una quarantena di Taiwan potrebbero costare all’economia globale 5.000 miliardi di dollari, il 5% del PIL mondiale, un impatto che supererebbe di gran lunga quello delle crisi nel Mar Nero, nel Mar Rosso o nello Stretto di Hormuz. Gli autori osservano inoltre che la Cina ha rafforzato dal periodo della pandemia la propria resilienza a eventuali interruzioni commerciali, tramite scorte di energia e materie prime critiche e una presenza attiva nella «flotta ombra» russa.
Il rapporto segnala che l’Indo-Pacifico non dispone ancora di un’architettura multilaterale paragonabile a quella sviluppata da NATO, Unione Europea e coalizioni a guida statunitense per la protezione del traffico marittimo in Atlantico e Medio Oriente. Gli autori propongono di sfruttare gli accordi minilaterali esistenti, tra Filippine, Giappone, Australia e Stati Uniti, per includere esercitazioni di protezione commerciale, sviluppare rotte alternative attraverso gli arcipelaghi regionali, creare centri di coordinamento tra marine militari e naviglio civile sul modello di quelli già attivi in Medio Oriente, e rafforzare le capacità contro piattaforme senza equipaggio a basso costo.
Il commento di GrNet.it
Le 198 ispezioni condotte in quattro giorni su naviglio internazionale non diretto a Taiwan cambiano la scala del problema: non è più una questione bilaterale nello Stretto, ma un test di tenuta per l’intero ordine marittimo che regge il commercio globale. Un ex ufficiale di marina riconosce in questa sequenza normativa, dal 2021 in poi, lo schema tipico dell’incrementalismo cinese nel Mar Cinese Meridionale, applicato ora a uno spazio geografico assai più ampio e con implicazioni dirette sulle rotte verso l’Europa e l’Italia. Il rapporto RUSI indica correttamente che l’Indo-Pacifico manca di un’architettura multilaterale paragonabile a quella euro-atlantica, ma non sciogle il nodo di chi dovrebbe assumersene la guida politica in tempi rapidi. Per la Marina Militare italiana, impegnata in missioni di presenza nell’area come Ariete o le collaborazioni con i partner del Pacifico, la lezione operativa riguarda meno le grandi unità di superficie e più la capacità di integrare sorveglianza, sistemi senza equipaggio e comunicazione con il naviglio civile, competenze già maturate nel Mediterraneo e ora richieste su scala Indo-Pacifica.
Fonte: RUSI · Pubblicato il 7 luglio 2026




