Medio OrienteOsservatorio Strategico

Africa in fiamme per il petrolio: la crisi energetica del conflitto Iran-Usa

La chiusura dello Stretto di Hormuz e l’escalation del conflitto tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran hanno innescato una crisi energetica che sta travolgendo l’Africa subsahariana. A partire da maggio 2026, ondate di proteste hanno investito il continente, trasformando quello che inizialmente era un problema economico in una crisi politica acuta per i governi locali. Secondo l’analisi di Responsible Statecraft, le economie africane si contano tra le più colpite dall’aumento dei prezzi dei carburanti, con ricadute sociali senza precedenti.

In Kenya, le manifestazioni hanno assunto caratteri violenti: migliaia di manifestanti sono scesi nelle strade di Nairobi per chiedere al Ministero dell’Energia e del Petrolio di ridurre i prezzi controllati dallo Stato. La polizia ha risposto con fuoco vivo, causando quattro morti e oltre trenta feriti. Solo dopo negoziati con il governo, il presidente William Ruto ha accettato di ridurre il prezzo del gasolio a giugno, sebbene il governo abbia mantenuto ferma la posizione sulle accise, adducendo il rischio di compromettere i servizi sociali essenziali.

Scenari analoghi si sono ripetuti in Mozambico e Comore. A Maputo, gli autisti di minibus privati hanno paralizzato il trasporto pubblico in seguito a un aumento del 46% del prezzo del gasolio. Nell’arcipelago delle Comore, pescatori e commercianti hanno protestato contro aumenti del 46% per il gasolio e del 35% per la benzina, costringendo il governo a sospendere gli aumenti programmati per giugno dopo che una persona è morta e cinque sono rimaste ferite.

La radice del problema risiede nella struttura del mercato energetico africano. Sebbene molti paesi del continente dispongano di significative riserve di greggio e gas naturale, la capacità di raffinazione locale è estremamente limitata. Questo costringe i governi a esportare materie prime non raffinate e importare prodotti finiti, rendendoli vulnerabili alle fluttuazioni dei prezzi globali. Contemporaneamente, molti governi africani mantengono il controllo diretto sui prezzi al dettaglio di benzina e gasolio, modificandoli mensilmente. Quando le pressioni di mercato superano la capacità di sussidio, i governi sono costretti ad aumentare i prezzi sostanzialmente, diventando facili bersagli della rabbia pubblica nonostante non abbiano alcun controllo sui prezzi energetici globali.

L’impatto si estende ben oltre i paesi interessati da proteste esplicite. L’Egitto ha ridotto l’illuminazione stradale e i cartelloni pubblicitari al Cairo per risparmiare carburante. Soweto, in Sudafrica, ha chiuso le scuole per mancanza di carburante nei trasporti scolastici. Le navi da pesca somale rimangono ormeggiate nei porti, incapaci di operare a causa dei costi proibitivi del gasolio. Persino la Nigeria, che possiede significative capacità di raffinazione grazie alla raffineria Dangote, ha registrato aumenti sostanziali dei prezzi dei carburanti.

Gli autori dell’analisi avvertono che, a meno di un afflusso significativo di carburante sul mercato nei prossimi mesi, le proteste rischiano di diffondersi ad altri paesi del continente. I danni alle infrastrutture di trasporto energetico nel Golfo suggeriscono che tale sollievo non arriverà a breve. L’articolo conclude sottolineando come gli Stati Uniti rimangono largamente isolati dalle conseguenze politiche ed economiche più acute della guerra, mentre il Sud globale subisce pressioni inflazionistiche diffuse che alimentano una percezione crescente di inaffidabilità americana come partner geopolitico.

L’analisi di Responsible Statecraft documenta un fenomeno che gli analisti europei spesso sottovalutano: la guerra nel Golfo non è un conflitto regionale, ma un evento che riconfigura gli equilibri economici globali con effetti destabilizzanti nei paesi meno resilienti. Per l’Italia, che dipende da corridoi energetici complessi e ha interessi significativi in Africa orientale, il quadro suggerisce che la stabilità del continente africano non è più separabile dalla gestione dei conflitti mediorientali. La vulnerabilità strutturale dei paesi africani—dipendenza da importazioni di prodotti raffinati, controllo statale dei prezzi, capacità fiscale limitata—rappresenta un fattore di fragilità geopolitica che meriterebbe maggiore attenzione nelle strategie europee di partenariato.


Fonte: Quincy · Pubblicato il 27 maggio 2026

Articoli Correlati

Pulsante per tornare all'inizio