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Midterm, il voto punisce i repubblicani sulla guerra all’Iran e la destra si divide

La politica estera può decidere un’elezione americana? Secondo Harrison Berger, in un’analisi pubblicata da Responsible Statecraft, testata del Quincy Institute, le elezioni di metà mandato di martedì dicono di sì. Una larga maggioranza di elettori ha respinto la guerra all’Iran condotta dall’amministrazione Trump, mettendo in discussione la convinzione che gli americani votino su altro.

Berger cita due rilevazioni. Un sondaggio di Fox News di ottobre collocava il conflitto, con inflazione e prezzo dei carburanti, tra le preoccupazioni principali degli elettori. Gli exit poll diffusi da NBC News indicano che il 74 per cento dei votanti ha considerato la guerra un fattore determinante o rilevante nella scelta di voto, mentre il 62 per cento ritiene sbagliata la decisione di usare la forza contro Teheran.

Il canale economico del malcontento passa per lo Stretto di Hormuz. Le restrizioni al transito imposte dall’Iran, in una via d’acqua rimasta libera ogni giorno fino al 28 febbraio, hanno fatto salire i prezzi di petrolio e gasolio, con rincari alla pompa e costi maggiori lungo le filiere agricole e dei trasporti. A luglio Mark Zandi, capo economista di Moody’s Analytics, ha stimato per NBC News un costo aggiuntivo di almeno 1.200 dollari per la famiglia americana media rispetto a uno scenario senza guerra.

Il testo ricostruisce poi le reazioni dei sostenitori del conflitto, ora divisi. Will Chamberlain, dell’Article III Project, il 17 aprile, sei settimane dopo l’avvio delle operazioni da parte di Trump e di Israele, parlava di «colpo da maestro geopolitico» e in un’intervista a The Blaze prevedeva che alle elezioni il tema sarebbe stato una «nota a margine». Dopo il voto del 3 novembre ha scritto che la guerra è «catastroficamente impopolare» e deve finire.

Su posizioni opposte si trova Mark Levin, conduttore di Fox News e interlocutore del presidente. A settembre aveva definito l’Iran un tema da 4 per cento per gli elettori, con l’assenso di Ben Shapiro, e poco prima del voto aveva respinto ogni responsabilità per una eventuale sconfitta, sostenendo che la gran parte degli americani non risente del conflitto. La deputata Nancy Mace, passata dal sostegno iniziale all’opposizione alla guerra, lo ha attaccato su X il giorno dopo le elezioni. Levin ha replicato con insulti personali.

Rebeccah Heinrichs, dello Hudson Institute, ha attribuito la sconfitta ai funzionari che avevano tentato la via diplomatica con l’Iran, indicando Trump come colui che avrebbe dovuto affidare la spiegazione della guerra agli elettori al segretario di Stato Rubio e all’ammiraglio Cooper. Berger ricorda che l’istituto è finanziato da contractor della difesa, tra cui BAE Systems, Boeing, General Dynamics, Raytheon e Lockheed Martin, e ritiene che la guerra giovi ai suoi donatori. David Reaboi, di Strategic Improvisation, ha scritto che l’errore è stato non vincere. Andrew Day, di The American Conservative, contrario al conflitto fin dall’inizio, ha riassunto la posizione di Heinrichs con tono ironico: la guerra non sarebbe stata condotta con sufficiente durezza.

La frattura arriva fino al vertice. Il vicepresidente JD Vance, che aveva difeso pubblicamente la guerra, ha dichiarato mercoledì che «la ragione per cui abbiamo perso è la guerra». Secondo lui gli elettori chiedevano di chiudere il conflitto, occuparsi del costo della vita, mettere l’America al primo posto e ridefinire il rapporto con Israele.

L’ex portavoce israeliano Eylon Levy ha respinto l’impostazione, mentre Marc Thiessen ha ricordato che Trump aveva detto soltanto che l’Iran era «una parte» della sconfitta e che rifarebbe la scelta. Il conduttore radiofonico Sid Rosenberg ha dichiarato che non potrebbe mai votare Vance alla presidenza, e Levin ha giudicato il messaggio del vicepresidente «sconcertante».

Il commento di GrNet.it

Un addetto militare italiano a Washington, incaricato di riferire a Roma sulla tenuta politica di una guerra ancora in corso, si ritrova con due letture opposte dello stesso voto, e solo una poggia su numeri verificabili. Le percentuali degli exit poll, 74 e 62 per cento, sono misurazioni; il nesso causale tra conflitto e sconfitta repubblicana, rispetto a inflazione e prezzo dei carburanti, resta invece un’interpretazione, e l’articolo la sostiene con tono apertamente di parte verso i suoi bersagli. Per un Paese che dipende dalle rotte marittime e dall’energia importata, la questione pratica è se un Congresso diverso modificherebbe gli impegni militari statunitensi nell’area, e su questo il testo non offre elementi.


Fonte: Quincy · Pubblicato il 5 novembre 2026

Redazione GrNet - Sicurezza e Difesa

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