Il voto americano come verdetto sulla politica estera di Trump e di Biden

Secondo un’analisi di Trita Parsi, pubblicata dal Quincy Institute su Responsible Statecraft, la sconfitta storica di Donald Trump e del Partito Repubblicano alle urne di martedì si spiega con la guerra contro l’Iran e con la crisi del costo della vita che essa ha provocato. L’autore sostiene però che il voto non si esaurisca nel rifiuto di quel conflitto: investirebbe l’intera impostazione di politica estera degli Stati Uniti, comprese le guerre dei partner di Washington e il sostegno a esse.
In numerose competizioni, argomenta Parsi, il rapporto tra Stati Uniti e Israele era di fatto sulla scheda. Elettori repubblicani e democratici lo avrebbero respinto in favore di un ritorno agli interessi nazionali, compresa la fine del flusso di aiuti militari a Israele.
Trump era stato eletto promettendo di chiudere le «guerre senza fine» e di non avviarne di nuove. Per l’autore, invece, ha dato ascolto al governo israeliano e ha aperto un conflitto di vasta portata con Teheran, mentre sul tavolo c’era un accordo diplomatico che Parsi giudica oggettivamente più solido di quello di Barack Obama. Avrebbe potuto proclamare la vittoria diplomatica; ne paga il prezzo con la perdita della maggioranza al Congresso.
Il ragionamento si estende al lungo periodo. Dai tempi di George W. Bush, ricorda l’articolo, l’elettorato ha scelto presidenti che promettevano meno avventurismo e più moderazione militare: Obama, poi Trump e Biden. Dopo il rigetto della politica su Gaza nel 2024 e di quella sull’Iran nel 2026, gli exit poll indicherebbero che le guerre pesano ormai in misura rilevante sulle scelte di voto.
Su Joe Biden il giudizio è severo. Nell’ottobre 2021 il presidente affermò di aver rimesso i diritti umani al centro della politica estera; secondo Parsi, al momento decisivo si rimise a Benjamin Netanyahu, finanziando e rendendo possibile quello che l’autore definisce un genocidio a Gaza. Gli elettori avrebbero punito i Democratici, aprendo la strada al ritorno di Trump alla Casa Bianca.
A sostegno della lettura vengono citati due riscontri. Un sondaggio di YouGov e IMEU Policy Project del gennaio 2025 rileva che, tra gli elettori di Biden del 2020 che nel 2024 non hanno votato per Kamala Harris, la maggioranza relativa è rimasta a casa per la politica democratica su Gaza. Axios, inoltre, ha riferito che l’autopsia elettorale interna del partito avrebbe concluso che Gaza è costata consensi in alcuni segmenti dell’elettorato.
Parsi richiama poi due episodi di martedì. In Texas è stato eletto un candidato che rifiuta con orgoglio i fondi dell’America Israel Public Affairs Committee, AIPAC, e che si dice colpito dalle immagini di Gaza come insegnante, cristiano ed essere umano. In Michigan il senatore eletto Abdul El-Sayed ha accusato Israele di genocidio e apartheid nel discorso della vittoria, accolto da applausi. Per l’autore sono segnali di un rifiuto che riguarda anche la politica di Biden, di Antony Blinken e di Jake Sullivan, oltre alla guerra di Trump.
La tesi di fondo è che entrambi i presidenti, in forme e misure diverse, abbiano seguito una politica estera egemonica, in continuità con decenni di militarismo e di deferenza verso Israele. I rispettivi elettori avrebbero ora respinto quel paradigma, rafforzando la base di una spinta transpartitica verso un nuovo quadro di responsible statecraft, fondato sulla forza che nasce dalla pace e sulla prosperità che nasce dalla convivenza.
Nei prossimi due anni, scrive Parsi, le occasioni di collaborazione tra i due partiti non mancheranno. La prima verifica cade l’11 dicembre, quando scade la continuing resolution che finanzia il governo federale: se il Congresso approverà un nuovo provvedimento ponte per evitare lo shutdown, dovrebbe a suo avviso escludere ogni nuovo stanziamento per la guerra con l’Iran.
Il commento di GrNet.it
Che cosa dimostrano davvero i dati portati da Parsi a sostegno della sua tesi? Il sondaggio YouGov–IMEU indica che una maggioranza relativa degli elettori di Biden del 2020 rimasti a casa nel 2024 lo ha fatto per Gaza, mentre l’autopsia dei Democratici è riferita da Axios al condizionale: sono indizi, non la misura del peso di ciascun fattore, e lo stesso autore affianca alla guerra il costo della vita. Anche la qualifica di genocidio e il giudizio sull’accordo con Teheran restano valutazioni dell’autore, da tenere distinte dai fatti documentati. Per chi pianifica in Europa e nel Mediterraneo l’elemento da seguire è l’11 dicembre: se il Congresso negasse nuovi fondi alla guerra con l’Iran, resterebbe da capire con quali effetti sulla postura americana nella regione e sui partner che ne dipendono.
Fonte: Quincy · Pubblicato il 5 novembre 2026






