Hormuz e le rotte alternative: Iraq, Siria e Libano tra connettività e sovranità

Erano circa 3,3 milioni di barili al giorno le esportazioni dell’Iraq dai giacimenti meridionali prima della guerra contro l’Iran, e nella seconda settimana di marzo, con lo Stretto di Hormuz di fatto chiuso, sono crollate. Parte da qui un commento degli esperti di Chatham House, secondo cui la crisi accelera un riordino regionale più ampio: Iraq, Siria e Libano pianificano nuovi oleodotti e corridoi di trasporto per valorizzare la loro posizione tra Golfo ed Europa. Il successo dipenderà però dalle riforme interne più che dalle opere.
I tre governi, un tempo centrali nell’ordine regionale a guida iraniana, puntano a maggiore sovranità attraverso la diversificazione dei legami economici, con il sostegno dell’amministrazione Trump. Le esportazioni del Sud iracheno hanno ripreso a salire da metà aprile, fino a 2,3 milioni di barili al giorno in agosto. Hanno pesato gli sconti offerti agli acquirenti e il permesso che Teheran avrebbe concesso al transito delle petroliere irachene. Siria e Libano, non essendo grandi esportatori e affacciandosi sul Mediterraneo, hanno subito meno gli effetti diretti della crisi.
Baghdad lavora su più fronti. Vuole aumentare i flussi verso il porto turco di Ceyhan, dove il greggio iracheno già arriva, e discute il rilancio dell’idea di un oleodotto verso il porto giordano di Aqaba, sul Mar Rosso. Il progetto principale è un nuovo oleodotto con la Siria, spesso presentato come il ritorno della storica Kirkuk–Baniyas ma in realtà più ampio: una rete che collega i campi meridionali e settentrionali a un nodo a Haditha, da cui il greggio andrebbe a ovest verso Baniyas e a nord verso la Turchia.
Le stime indicano un costo intorno ai 15 miliardi di dollari e circa quattro anni di lavori, con una capacità iniziale di circa 2 milioni di barili al giorno. Washington sosterrebbe l’opera per ridurre la leva iraniana. Secondo gli autori il tracciato diversificherebbe senza sostituire Hormuz, perché la maggior parte del greggio iracheno va in Asia, soprattutto in Cina e in India, mercati molto più rapidi da raggiungere dal Golfo.
Sul piano ferroviario, Libano e Siria studiano il ripristino di collegamenti che dalla costa libanese attraverserebbero il territorio siriano fino a Iraq, Turchia e Golfo. Questo mese funzionari dei due Paesi hanno ispezionato un possibile tracciato tra Tripoli e Homs. I precedenti piani libanesi per la stessa linea si erano arenati prima dell’avvio dei lavori, in parte per problemi di finanziamento e gestione, e il governo siriano stima in circa 5,5 miliardi di dollari il recupero della propria rete, danneggiata dalla guerra. Nuove reti in fibra ottica attraverso Iraq e Siria dovrebbero inoltre offrire agli Stati del Golfo percorsi terrestri alternativi ai cavi sottomarini.
Il divario tra ambizioni e realtà resta ampio. Nel Libano meridionale le forze israeliane occupano una zona di sicurezza dichiarata unilateralmente, con più di un milione di sfollati; in Siria Israele ha preso il controllo della zona cuscinetto smilitarizzata nel dicembre 2024 e vi mantiene una presenza militare. Nei primi sei mesi di guerra gli attacchi alle infrastrutture energetiche della regione sono stati oltre 100. L’Iran ha colpito impianti nel Golfo, mentre Israele ha attaccato depositi di carburante e infrastrutture del gas in territorio iraniano.
Il campo di Khor Mor, in Iraq, ha subito ripetuti attacchi con razzi e droni attribuiti alle milizie. Attacchi lanciati da territorio iracheno hanno costretto a chiudere per un periodo l’oleodotto saudita Est–Ovest, e gli Houthi hanno colpito petroliere saudite e preso la costa dello Stretto di Bab al-Mandab. Israele ha preso di mira anche infrastrutture di trasporto, Libano compreso, e nella Siria orientale, lungo il percorso del corridoio previsto, gruppi tra cui l’ISIS hanno attaccato pozzi e autocisterne.
Pesano poi i limiti interni. Iraq, Libano e Siria figurano in fondo all’indice di percezione della corruzione di Transparency International, e in sistemi dove gli appalti pubblici distribuiscono rendite le grandi opere offrono ai partiti occasioni di profitto, spesso a scapito della realizzazione. L’autorità resta frammentata tra fazioni, istituzioni concorrenti e gruppi armati, e i governi non possono garantire sicurezza e finanziamenti dei progetti. Per gli autori la connettività non equivale alla sovranità: servono istituzioni capaci di realizzare e proteggere le opere, con benefici estesi alle popolazioni e non limitati alle élite.
Il commento di GrNet.it
Una colonna di autocisterne in sosta al terminale di Baniyas, con il greggio da trasferire su una nave e nessuna certezza sulla sicurezza della strada percorsa: è la condizione concreta dei corridoi di cui parla il testo. Un oleodotto che attraversa la Siria orientale, dove l’articolo ricorda attacchi dell’ISIS a pozzi e autocisterne, richiede protezione lungo centinaia di chilometri, e il commento non dice chi dovrebbe assicurarla. Per l’Italia, affacciata sul Mediterraneo, l’ipotesi di porti levantini come porte d’ingresso verso l’Europa merita attenzione, anche se i tempi indicati, circa quattro anni di lavori, e il carattere solo parziale della diversificazione suggeriscono prudenza nel trarne conclusioni.
Fonte: Chatham House · Pubblicato il 25 settembre 2026






