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Perché il piano americano di condivisione del potere in Libia rischia di fallire

Può un accordo tra due famiglie che controllano fazioni rivali produrre uno Stato funzionante? L’analisi di Chatham House risponde di no, almeno finché il piano statunitense per la riunificazione della Libia non affronta la questione della gestione delle finanze pubbliche.

Massad Boulos, consigliere del presidente Trump per gli affari arabi e africani, ha intensificato negli ultimi mesi gli sforzi per superare lo stallo politico libico, spaccato tra il Governo di unità nazionale (GNU) di Tripoli, controllato dalla famiglia Dabaiba e riconosciuto dalle Nazioni Unite, e il Governo di stabilità nazionale (GNS) con sede a Bengasi, legato a Khalifa Haftar e alle sue Forze armate arabe libiche (LAAF). L’obiettivo americano è riunire le due famiglie e altre componenti rilevanti in un governo unificato. A giugno il vicecomandante delle LAAF, Saddam Haftar, si è recato a Washington per incontrare il segretario di Stato Marco Rubio; i Dabaiba non hanno effettuato il viaggio, ma Boulos punta comunque a ottenerne l’adesione.

Secondo Chatham House, per molti oppositori l’intesa equivale a legittimare il ritorno al potere di due clan familiari, riproponendo una spartizione tra élite che lascia irrisolto il tema di come lo Stato possa servire i propri cittadini.

A sostegno di questa lettura, due rapporti recenti pubblicati da una coalizione tra la Corte dei conti libica (Audit Bureau) e la Commissione nazionale anticorruzione documentano il costo della convivenza tra i due governi. Il primo, dedicato alla filiera del carburante sussidiato, rivela che la bolletta delle importazioni ha superato i 9 miliardi di dollari nel 2024, circa 1.200 dollari per abitante, con volumi più che raddoppiati dal 2021 senza alcuna giustificazione legata alla domanda reale di mercato. I gruppi armati affiliati allo Stato hanno aumentato i consumi di diesel del 1.527 per cento tra 2021 e 2024, la centrale elettrica di Tripoli Sud del 1.368 per cento. Il numero di fornitori è sceso da 17 a sei nello stesso periodo, con un premio assicurativo e di trasporto sul diesel salito del 450 per cento e una perdita stimata di quasi 600 milioni di dollari nel solo 2024.

Il secondo rapporto, sulla filiera dei farmaci, descrive dinamiche simili: assenza di un quadro normativo nazionale, stime della domanda definite «speculative» e un ristretto numero di aziende farmaceutiche cresciute rapidamente, alcune con legami diretti con funzionari statali e parlamentari che ne regolano gli stessi appalti.

Chatham House collega questi dati al piano statunitense, che punta a rilanciare gli investimenti americani nel settore petrolifero libico in cambio della cooperazione tra le fazioni. Ma se la condivisione del potere si limita a formalizzare l’attuale equilibrio informale, avverte l’analisi, il rischio è di indebolire gli scarsi vincoli oggi esistenti sulla spesa pubblica, aggravando la corruzione invece di ridurla. Le compagnie petrolifere internazionali, del resto, restano riluttanti a investire capitali in un mercato dove l’applicazione della legge dipende dagli equilibri tra famiglie rivali. Il bilancio unificato mediato dagli Stati Uniti e concordato ad aprile, non ancora attuato concretamente, dimostra secondo Chatham House che gli accordi politici senza un piano di implementazione non cambiano la realtà sul terreno.

Il commento di GrNet.it

Nel 2024 la bolletta libica per le importazioni di carburante ha superato i 9 miliardi di dollari, con consumi dei gruppi armati affiliati allo Stato cresciuti del 1.527 per cento rispetto al 2021: sono numeri che raccontano un sistema di potere, non un’emergenza energetica temporanea. Per l’Italia, che ha interessi diretti nel settore idrocarburi libico e un confine marittimo che rende la stabilità di Tripoli una questione di sicurezza immediata, l’analisi suggerisce cautela verso ogni intesa politica che non preveda meccanismi di controllo sulla spesa pubblica. Un accordo tra Haftar e Dabaiba senza vincoli di trasparenza rischia di consolidare gli stessi flussi opachi che oggi drenano risorse statali, con effetti che si ripercuoterebbero anche sugli attori europei presenti sul terreno, incluse le aziende energetiche italiane. Resta da capire se Roma, che ha canali propri con entrambe le sponde libiche, possa far pesare questa lezione nei tavoli di mediazione internazionale invece di limitarsi a osservare l’iniziativa americana.


Fonte: Chatham House · Pubblicato il 20 luglio 2026

Redazione GrNet - Sicurezza e Difesa

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