Difesa totale nel Regno Unito: serve nazionalismo civico, non solo minaccia

«Il Regno Unito’s security depends as much on its citizens as on its armed forces»: è una delle affermazioni che, secondo la ricerca condotta da Public First nel marzo 2026 e citata dal Royal United Services Institute (RUSI), raccoglie il consenso del 57% dei britannici. Le autrici del commento, Sophie Boulter e Margaret Ryan, partono da qui per sostenere che il Regno Unito debba rafforzare la cosiddetta difesa totale, ossia la combinazione tra difesa militare tradizionale e difesa civile della popolazione.
Il contesto è quello di un aumento di attacchi che colpiscono l’intera società: nel 2025 imbarcazioni collegate alla Russia sono entrate nelle acque britanniche, con rischi per i gasdotti sottomarini che forniscono una quota rilevante del gas nazionale; nello stesso anno l’Iran avrebbe sostenuto oltre venti attacchi potenzialmente letali sul suolo britannico; tra il 2021 e il 2022 il gruppo cyber legato allo Stato cinese APT31 è stato ritenuto «altamente probabile» responsabile dell’attacco al sistema elettorale della Electoral Commission.
I dati di Public First mostrano però un divario: se la maggioranza condivide il principio della difesa totale, solo il 42% si sente personalmente responsabile di contribuire, e appena il 24% ritiene che le proprie azioni individuali potrebbero fare una reale differenza in caso di crisi nazionale. Per le autrici, la responsabilità condivisa nasce da un senso di obbligo verso la nazione, che oggi manca. Per questo la difesa totale ha storicamente funzionato meglio in stati piccoli esposti a minacce chiare e imminenti, come Finlandia e Taiwan.
Il rapporto distingue tra diverse forme di nazionalismo: quello etnico, definito tossico e poco efficace; quello acritico, che scoraggia la partecipazione perché presuppone che il paese non necessiti di miglioramenti; e quello civico o inclusivo, fondato su cittadinanza condivisa, valori comuni e responsabilità, ritenuto il più efficace nel generare volontà di partecipare alla difesa.
Il caso studio proposto è la Svezia. Dopo l’aggiornamento della dottrina nucleare russa nel 2024, che prevede risposte nucleari ad attacchi convenzionali da stati non nucleari, l’Agenzia svedese per la difesa civile e la resilienza ha distribuito a ogni nucleo familiare l’opuscolo «In caso di crisi o guerra», senza distinzioni di lingua, origine nazionale o cittadinanza. Secondo la ricerca di Hanna Bäck citata da RUSI, l’opuscolo ha rafforzato tra i lettori il senso di autodeterminazione e un patriottismo inclusivo, articolando la partecipazione in difesa militare, difesa civile e attività di volontariato nell’ambito del sistema di difesa totale.
Le autrici raccomandano al governo britannico di replicare uno strumento simile, comunicando con maggiore chiarezza la portata delle minacce grigie e integrando la distribuzione fisica con una presenza online, incluso il sito prepare.campaign.gov.uk, eventualmente potenziato con un assistente basato su intelligenza artificiale per rispondere ai quesiti dei cittadini sulle modalità di coinvolgimento.
Il commento di GrNet.it
Il modello svedese richiama la tradizione nordica della difesa territoriale integrata, quella che in Finlandia si fonda su una leva quasi universale e su un’identità nazionale costruita attorno alla percezione condivisa della minaccia russa: un contesto storico-geografico difficile da trapiantare in un’isola che non condivide confini con alcun avversario diretto. Il RUSI lo riconosce, ma insiste sul fatto che la distanza geografica non riduce l’esposizione a sabotaggi sottomarini, attacchi cyber e ingerenze elettorali, categorie di minaccia che riguardano altrettanto l’Italia, esposta nel Mediterraneo a rischi analoghi sui cavi sottomarini e sulle infrastrutture energetiche. Resta però da capire se il nazionalismo civico evocato dalle autrici sia trasferibile a un contesto come quello italiano, dove il rapporto tra identità nazionale e istituzioni di difesa ha una storia diversa e più frammentata rispetto al Regno Unito o alla Svezia. Vale la pena osservare, in ogni caso, che l’opuscolo svedese non nasce da un’emergenza improvvisata ma da una comunicazione istituzionale continuativa: un elemento procedurale, non solo identitario, su cui riflettere anche a Roma.
Fonte: RUSI · Pubblicato il 4 agosto 2026




