Israele colpisce una base siriana legata alla Turchia, Washington protesta

Da quando il regime di Bashar al-Assad è caduto, nel dicembre 2024, la Siria è diventata il terreno su cui si misura la distanza crescente tra le priorità di Washington e quelle di Israele in Medio Oriente. È in questo contesto che si inserisce il raid israeliano di martedì contro la base aerea di Abu al-Duhur, ricostruito da Connor Echols per Responsible Statecraft, testata del Quincy Institute.
Gli otto attacchi, riferisce Reuters citata dall’articolo, hanno danneggiato una pista e un deposito nella base che la Turchia sta contribuendo a rinnovare, senza causare vittime. Nonostante l’assenza di caduti, l’episodio ha provocato una reazione insolitamente dura da parte dell’ambasciatore statunitense in Turchia Tom Barrack, amico di lunga data del presidente Trump e suo inviato speciale per la Siria.
Su X, Barrack ha definito gli attacchi «un’escalation non necessaria che non fa avanzare la stabilità regionale», sottolineando che il governo siriano ha «ripetutamente indicato una preferenza per la de-escalation con Israele». Per l’autore, si tratta di una critica esplicita e rara nei confronti di un’amministrazione che mantiene rapporti stretti con il governo del primo ministro Benjamin Netanyahu, e riflette una frustrazione crescente verso l’abitudine israeliana di colpire preventivamente presunte minacce anziché cercare soluzioni diplomatiche.
Trump, ricorda l’articolo, ha lavorato dall’inizio del suo secondo mandato per migliorare le relazioni con Damasco, revocando gran parte delle sanzioni e costruendo un rapporto definito positivo con il presidente Ahmed al-Sharaa, ex combattente di al-Qaeda che ha poi rifiutato il jihadismo guidando la campagna che ha rovesciato Assad. Israele ha invece mantenuto un atteggiamento molto più cauto, occupando una fascia di territorio nella Siria meridionale e conducendo una campagna di raid per distruggere l’equipaggiamento militare del vecchio regime prima che finisse nelle mani del nuovo governo.
La Turchia, sostenitrice di Sharaa fin da quando il suo gruppo controllava una piccola area attorno a Idlib, è il nodo centrale della disputa. L’influenza turca crescente su Damasco ha irritato la leadership israeliana, che secondo fonti citate nell’articolo considera sempre più Ankara come un «nuovo Iran» intenzionato a contrastare gli interessi israeliani nella regione.
Fino a martedì Israele aveva evitato di colpire direttamente interessi turchi, pur avvicinandosi più volte a questa soglia, come nell’aprile 2025 quando bombardò basi che la Turchia aveva individuato per possibili dispiegamenti di truppe. Netanyahu ha intanto premuto su Trump per ottenere una posizione più netta, mostrandogli lo scorso mese una mappa secondo cui la Turchia occuperebbe il 5% del territorio siriano contro lo 0,1% israeliano, un paragone che il Times of Israel ha ridimensionato ricordando che la presenza turca avviene con il consenso del governo siriano, quella israeliana no. Secondo un’indiscrezione del canale israeliano 13, settimane fa Trump avrebbe respinto una richiesta israeliana di colpire un sito militare turco in Siria; non è chiaro se i raid di martedì siano collegati a quella vicenda. Damasco ha condannato l’attacco come «un’escalation pericolosa» e chiesto al Consiglio di Sicurezza dell’ONU una presa di posizione ferma contro Israele.
Il commento di GrNet.it
L’analisi non affronta un aspetto che meriterebbe più peso: cosa succede se Washington perde la capacità di porre veti credibili sulle iniziative israeliane in teatri terzi come la Siria. Il rifiuto di Trump alla richiesta israeliana di colpire un sito turco, seguito pochi giorni dopo da un raid che comunque danneggia infrastrutture legate ad Ankara, suggerisce che il freno americano funziona solo fino a un certo punto operativo. Per un alleato NATO come la Turchia, e indirettamente per l’Italia che nel Mediterraneo orientale ha interessi energetici e di stabilità regionale, la questione non è astratta: un conflitto anche solo latente tra Israele e Turchia dentro il territorio siriano complica qualsiasi ipotesi di coordinamento alleato in quell’area. Resta da capire se Washington abbia strumenti reali per contenere Netanyahu oltre la protesta diplomatica, o se la gestione della crisi siriana finisca per dipendere dalla sola discrezione israeliana sul terreno.
Fonte: Quincy · Pubblicato il 18 agosto 2026




