Lo Stretto di Hormuz e il prezzo della credibilità americana

Può uno Stato autoproclamarsi garante di uno stretto internazionale e imporre un pedaggio a chi lo attraversa? No, risponde Chatham House: il diritto internazionale non consente a nessun paese, per quanto potente, di ergersi a tutore dei diritti altrui e pretendere un pagamento per una protezione non richiesta.
Il 13 luglio il presidente Donald Trump ha annunciato che gli Stati Uniti avrebbero garantito il passaggio nello Stretto di Hormuz in qualità di ‘Guardian’, chiedendo in cambio, ‘per equità’, il 20 per cento del valore del carico di ogni nave in transito: fino a 30 milioni di dollari per una petroliera di grandi dimensioni, quindici volte la cifra che l’Iran avrebbe chiesto a titolo di pedaggio. Nello stesso post su Truth Social, Trump ha reimposto il blocco statunitense contro le imbarcazioni iraniane e il traffico marittimo diretto in Iran. Teheran ha risposto confermando la chiusura dello Stretto, riportando la situazione allo stato precedente al memorandum d’intesa (MoU) firmato tra Stati Uniti e Iran il 17 giugno.
Il giorno seguente, il 14 luglio, un nuovo post presidenziale ha rovesciato la posizione: la richiesta di pedaggio viene sostituita da ‘accordi commerciali e di investimento’ che i vari Stati del Golfo effettueranno negli Stati Uniti. Per Chatham House questo dietrofront non ripara il danno già arrecato alla fiducia nella parola americana, né alla presunta posizione di principio di Washington a difesa della libertà di transito negli stretti internazionali.
L’Organizzazione marittima internazionale (IMO) si era opposta immediatamente all’annuncio dei pedaggi, ribadendo la contrarietà a qualsiasi tariffa obbligatoria per il passaggio negli stretti di navigazione internazionale. Il Segretario di Stato Marco Rubio aveva già dichiarato a giugno, richiamando il diritto internazionale, che nessun pedaggio sarebbe stato ammesso per il transito nello Stretto: la mossa di Trump ha contraddetto anche le sue stesse dichiarazioni.
Il rapporto ricostruisce l’origine della disputa: nel MoU l’Iran aveva accettato di ripristinare la libertà di navigazione senza oneri ‘solo per 60 giorni’, rinviando a un successivo accordo con l’Oman sulla gestione futura dello Stretto. Teheran continua a sostenere che le rotte di navigazione si sono spostate verso nord, più vicine alla propria costa, mentre la rotta originaria concordata con l’IMO nel 1966 passa dal centro dello Stretto. Stati Uniti e Oman hanno risposto spostando la rotta verso sud, a ridosso delle acque territoriali omanite, provocando occasionali attacchi missilistici e con droni da parte iraniana.
Negoziati mediati da Oman e Qatar, con supporto legale europeo, hanno proposto un compromesso ispirato al modello dello Stretto di Malacca: non pedaggi per il semplice transito, ma tariffe proporzionate per pilotaggio e aiuti alla navigazione, gestite da un organismo congiunto irano-omanita. L’Iran, tuttavia, è rimasto intransigente e non si è raggiunto alcun accordo.
Chatham House conclude che l’unica via realistica resta la ripresa dei negoziati per regolare il traffico marittimo e ristabilire il cessate il fuoco, con un possibile contributo della Cina, interessata anch’essa alla libertà di navigazione, e un ruolo europeo, guidato dal Regno Unito, nella futura garanzia del transito.
Il commento di GrNet.it
Un rapporto di quindici volte tra la cifra chiesta da Trump e quella attribuita all’Iran per il pedaggio nello Stretto dice più di ogni dichiarazione di principio: mina alla radice la posizione americana quando si tratterà di contestare a Teheran la stessa pretesa. Per un osservatore con formazione militare, il punto debole non è solo giuridico ma operativo: nessun armatore avrebbe rischiato navi ed equipaggi in un canale ristretto sotto minaccia missilistica, protezione statunitense o meno. La vicenda mostra quanto la diplomazia per annunci su piattaforme social renda inaffidabili anche gli impegni dei più alti funzionari, Rubio compreso. Per l’Italia, che dipende dal traffico energetico transitante per il Golfo, la lezione è che la stabilità dello Stretto resta appesa a un negoziato irano-omanita ancora bloccato, più che a garanzie unilaterali americane.
Fonte: Chatham House · Pubblicato il 14 luglio 2026




