Dopo il voto di metà mandato, Russia e Cina troveranno una Washington più fredda

Con i Democratici alla guida sia della Camera dei rappresentanti sia del Senato, il presidente Donald Trump conserva gran parte dei poteri in politica estera, ma non tutti. È la lettura proposta in un commento di Chatham House del 5 novembre 2026: la sconfitta repubblicana alle elezioni di metà mandato imporrà agli Stati Uniti un vincolo contenuto ma rilevante e cambierà il modo in cui alleati, partner commerciali e avversari si rapportano a Washington.
Sul piano istituzionale, il Congresso dovrebbe contestare qualsiasi dispiegamento prolungato di forze nel Golfo e rivendicare di nuovo la propria competenza su commercio e dazi, anche senza modificare questi ultimi.
Il cambiamento più immediato riguarda il conflitto con l’Iran. Gli elettori hanno posto il costo della vita in cima alle preoccupazioni, mentre al momento del voto i prezzi della benzina alla pompa toccavano un massimo. Il rincaro dipende in larga parte dalle ostilità in corso nello Stretto di Hormuz e nelle sue vicinanze, che secondo l’autore gli americani attribuiscono a un’iniziativa di Trump, assunta insieme a Israele e mai chiusa. Il presidente potrebbe rispondere con nuovi attacchi per strappare concessioni a Teheran, ma non vi è motivo di credere che una soluzione militare funzioni meglio di prima.
Il Partito repubblicano figura tra i maggiori sconfitti della guerra. La corsa alla presidenza del 2028 è iniziata nel momento in cui i risultati sono diventati chiari, e i candidati repubblicani saranno con ogni probabilità decisamente contrari a proseguire il conflitto. La pressione interna per una soluzione crescerà anche se Benjamin Netanyahu, ora primo ministro israeliano ad interim dopo la propria battuta d’arresto elettorale, dovesse sollecitare una nuova offensiva.
Per l’Ucraina il nuovo Congresso non porterà verosimilmente più armi né più fondi. Democratici e repubblicani condividono un raro consenso: l’Europa deve provvedere da sé alla propria difesa, e il sostegno a Kiev rientra in questo principio. Trump, ritengono, ha vinto una discussione di lunga data e nessuno intende smontarne l’esito. Diverso è l’atteggiamento verso Mosca: i parlamentari non condividono la cordialità del presidente verso Vladimir Putin e prevalgono l’ostilità o la diffidenza tradizionali. Trump, il genero Jared Kushner e l’inviato Steve Witkoff potrebbero ancora offrire al Cremlino accordi commerciali in cambio della pace, ma dovranno misurarsi con un clima più duro e con un’opposizione anche formale in Congresso. Il portavoce di Putin, a risultati ormai chiari, ha auspicato che gli sforzi di mediazione proseguano.
La stessa cautela parlamentare potrebbe estendersi alla Cina. Secondo il commento, la rottura maggiore che Trump potrebbe provocare nei due anni che gli restano sarebbe un’intesa con Pechino che riconosca esplicitamente Taiwan come territorio sovrano cinese. La recente sospensione di una vendita di armi a Taiwan da 14 miliardi di dollari, decisa per non inasprire i rapporti commerciali con la Cina, potrebbe essere letta da Pechino come un avallo delle proprie posizioni. Il Congresso, in modo trasversale, è molto più diffidente verso la Cina, e lo stesso orientamento sembra emergere ora in alcune aziende tecnologiche.
Quanto ai dazi, per ora restano. Il Congresso ne contesta davanti alla Corte suprema la legittimità quando imposti senza il proprio consenso. Per i politici di ogni schieramento sono attraenti per il gettito, ma altri guardano alle distorsioni degli scambi, come la produzione automobilistica statunitense che fino all’anno scorso era integrata con quella canadese, e agli effetti sull’inflazione. Su quest’ultimo punto gli economisti dibattono, perché i prezzi non sono saliti quanto atteso all’introduzione delle tariffe. Chi punta ad abbassare il costo della vita potrebbe tuttavia riconsiderare l’abrogazione.
Il voto, osserva l’autore, può cambiare soprattutto lo sguardo del mondo sull’America. Offre una risposta parziale ai quesiti posti dal secondo mandato di Trump: se gli americani siano cambiati, se le sue azioni rispecchino ciò che vogliono davvero e se la democrazia statunitense sia in grado di garantire il passaggio pacifico del potere. Per gli alleati in Europa, in Giappone e in Corea del Sud potrebbe esserci più fiducia nel far valere interessi e valori, pur con il timore di perdere il sostegno americano. L’apparente sospensione improvvisa delle forniture di armi a Israele nei giorni precedenti il voto mostra quanto tale sostegno possa essere volubile.
Avversari e rivali dovranno invece rivedere i propri calcoli, ma avranno anche motivo di cercare punti deboli, sfruttando i mutamenti di linea propri di un sistema democratico. Russia e Cina si preparano a un raffreddamento dei rapporti e valuteranno le conseguenze di un Paese incapace di mantenere le proprie posizioni di fondo per più di pochi anni. Non si possono escludere iniziative impulsive su Iran o Taiwan, ma Trump ha perso l’aura di vincente che gli restava, e chi si candida tra due anni comincerà a prendere le distanze.
Il commento di GrNet.it
La War Powers Resolution del 1973 nacque per impedire impieghi prolungati di forze senza l’assenso del Congresso, e la previsione di Chatham House su un’opposizione parlamentare a una presenza stabile nel Golfo ne richiama la logica. Resta però una previsione formulata con cautela («è probabile»), e il testo non indica quali strumenti il Congresso userebbe in concreto. Per l’Italia, esposta nel Mediterraneo allargato per rotte marittime ed esportazioni, un eventuale alleggerimento americano nell’area di Hormuz potrebbe tradursi in richieste di un contributo europeo maggiore, tema che l’analisi non affronta. Resta da verificare se il consenso bipartisan sull’onere della difesa europea, descritto come solido, reggerà anche fuori dal dossier ucraino.
Fonte: Chatham House · Pubblicato il 5 novembre 2026






