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Mosca mediatrice tra Stati Uniti e Iran: un’offerta con poco margine

«Il problema principale tra Stati Uniti e Iran non è la mancanza di mediatori, ma l’incapacità di trovare una base di compromesso.» Lo dice a Responsible Statecraft Nikita Smagin, esperto non residente del Russian International Affairs Council, ente finanziato dallo Stato russo. Il passaggio riassume la tesi dell’articolo di Giorgio Cafiero, pubblicato dal Quincy Institute: la Russia è meglio collocata per trarre vantaggio dal conflitto che per risolverlo.

Nel suo incontro della scorsa settimana con l’inviato statunitense Steve Witkoff, il presidente Vladimir Putin si è detto disponibile a favorire un accordo che chiuda la guerra tra Stati Uniti e Iran. È l’ultima di una serie di offerte analoghe. Secondo l’autore la proposta ha una sua logica. La guerra condotta da Stati Uniti e Israele contro l’Iran ha dato a Mosca alcuni benefici economici, grazie ai prezzi più alti dell’energia, ma la Russia teme un’escalation con ricadute nel Golfo Persico e in parte dello spazio ex sovietico. Inoltre è uno dei partner più stretti di Teheran e tra i principali esportatori mondiali di uranio arricchito, e potrebbe quindi contribuire a sbloccare lo stallo sull’arricchimento interno iraniano.

Il rapporto tra i due paesi è mutato nel tempo. Nel 2022 l’equilibrio si era spostato a favore dell’Iran, il cui valore agli occhi di Mosca era cresciuto con la fornitura di droni e di addestratori per droni usati nella guerra in Ucraina. Oggi, nota Cafiero, la bilancia si sposta verso la Russia, perché Mosca aiuta Teheran a reggere il conflitto. Anton Mardasov, Associate Fellow del Middle East Institute con base a Mosca, cita acquisti di grano, aiuti umanitari e, con ogni probabilità, scambio di informazioni di intelligence. A questo si aggiungono consultazioni su difesa aerea e sviluppo missilistico, avviate prima del 28 febbraio.

Una maggiore vicinanza non garantisce però influenza sulle decisioni iraniane. Per mediare serve offrire alle parti qualcosa che altrove non si trova. Mardasov indica come possibile leva il vecchio interesse russo a gestire il trasferimento dell’uranio arricchito iraniano, a cui potrebbe seguire un sostegno allo sviluppo dei settori industriale e nucleare civile. Un’intesa simile allenterebbe le tensioni, aprirebbe contratti redditizi e mostrerebbe la rilevanza diplomatica di Mosca, rafforzandone forse la posizione sul negoziato ucraino. L’Iran, finora, ha mostrato poco interesse.

Mark Katz, professore emerito alla George Mason University, osserva che le condizioni che resero possibile l’accordo del 2015, il Joint Comprehensive Plan of Action, non esistono più. Allora tutte le parti avevano interesse a una soluzione negoziata e la Russia poté svolgere un ruolo costruttivo. Oggi, spiega, «tutti possono volere un accordo, ma non alle condizioni che la controparte è disposta ad accettare».

Pesano anche le attese di Washington. Donald Trump potrebbe aspettarsi che Putin spinga Teheran a concedere qualcosa, così come Putin vorrebbe che l’amministrazione americana facesse pressione su Kiev. Se Mosca non riesce a far cambiare posizione all’Iran, il suo valore come intermediario per la Casa Bianca resta limitato. Il Cremlino, inoltre, tiene alla relazione con Teheran e una pressione eccessiva potrebbe incrinarla: deve mostrare abbastanza influenza da essere credibile senza compromettere i propri obiettivi più ampi.

Nel Golfo la credibilità russa è ancora più fragile. Mosca cerca di consolidare i rapporti con i membri del Gulf Cooperation Council (GCC) e promuove una propria visione della sicurezza regionale, ma il sostegno all’Iran e il rapporto opportunistico con i ribelli houthi dello Yemen, i cui attacchi colpiscono l’Arabia Saudita, complicano il disegno. Katz riferisce che i paesi del GCC sanno che l’appoggio russo ha aiutato l’Iran a colpirli e che Mosca non vuole, forse non può, frenarlo. Dai colloqui con funzionari e studiosi del Golfo emerge disprezzo verso la Russia, accompagnato dalla volontà di mantenere buoni rapporti per il timore di un aiuto ancora maggiore a Teheran. Per Mardasov il concetto russo di sicurezza collettiva non ha reale potenziale ed è soprattutto un progetto antiamericano volto a ridurre la presenza statunitense nell’area.

Secondo Cafiero, tra le ambizioni russe e i mezzi disponibili esiste un divario. La Russia può trasmettere messaggi tra le capitali, ma Pakistan, Oman, Qatar e Turchia possono fare lo stesso, e Iran e Stati Uniti dispongono già di canali di comunicazione abbastanza affidabili. Mosca potrebbe agevolare un’intesa solo se entrambe le parti diventassero più inclini al compromesso.

Il commento di GrNet.it

Nella diplomazia classica il mediatore efficace è quello che le parti ritengono equidistante, o almeno non schierato sul piano militare, e la Russia di questo requisito è priva, avendo fornito droni all’Iran e, secondo un solo analista, probabilmente intelligence. Va tenuto distinto ciò che le fonti aperte documentano, cioè le forniture di droni e addestratori dal 2022, da ciò che resta ipotesi, come lo scambio informativo, e da ciò che è dichiarato, come i colloqui su difesa aerea e missili, di cui l’articolo non offre riscontri indipendenti. Per un paese mediterraneo come l’Italia, esposto alle conseguenze di una crisi energetica e marittima nel Golfo, conta soprattutto quali canali (Oman, Qatar, Turchia, Pakistan) producano risultati verificabili, più che chi si offra di aprirne di nuovi. Resta da capire se Mosca punti davvero all’accordo o al riconoscimento del proprio ruolo, ed è una lettura che l’articolo suggerisce senza poterla dimostrare.


Fonte: Quincy · Pubblicato il 29 ottobre 2026

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