Giordania e Stati Uniti: cooperazione militare solida, rapporto politico freddo

«Il paradosso è che re Abdullah resta uno degli alleati regionali più affidabili di Washington.» Lo osserva l’ex ministro giordano Mohammad Abu-Rumman, citato da Aaron Magid in un articolo pubblicato da Responsible Statecraft, il sito del Quincy Institute. Il testo descrive una relazione a due velocità: la cooperazione di sicurezza tra Amman e Washington è molto stretta, il legame politico tra il sovrano e Donald Trump è invece privo di calore.
Sul piano militare i dati sono netti. Nel Regno hascemita sono schierate migliaia di soldati statunitensi e Abdullah II ha respinto le richieste iraniane di allontanarli. Poco prima dell’inizio della guerra con l’Iran, il 28 febbraio, e nelle prime settimane del conflitto, gli Stati Uniti hanno spostato molti militari dai paesi arabi del Golfo verso aree della Giordania ritenute più sicure. A settembre, dopo il ritiro delle forze americane dall’Iraq, il quartier generale della coalizione anti-ISIS è stato trasferito in territorio giordano. L’ammiraglio Brad Cooper, al comando di CENTCOM, ha definito i legami bilaterali «più solidi che mai».
Anche gli aiuti sono cresciuti, mentre Trump li tagliava altrove nel nome di «America First». Quest’anno il Congresso ha stanziato per la Giordania, che conta circa 11,5 milioni di abitanti, oltre 2 miliardi di dollari, il terzo importo più alto al mondo. Dal 1951 l’assistenza complessiva ammonta a circa 35,5 miliardi di dollari, a sostegno di un’economia in difficoltà e di un debito in forte crescita.
Sul versante personale, però, il quadro è diverso. Durante una visita negli Stati Uniti durata quasi cinque settimane, in estate, il re non è stato ricevuto dal presidente. Dopo l’attacco iraniano di luglio contro la base aerea di Muwaffaq Salti, in cui sono morti tre soldati americani, Trump non ha telefonato ad Abdullah e ha lasciato intendere che con «altri operatori» i missili sarebbero stati intercettati. Non risulta inoltre da fonti giornalistiche che Abdullah sia stato avvertito prima dell’offensiva contro Teheran.
Il giornalista Daoud Kuttab, fondatore di Balad Radio, parla di mancanza di «chimica»: secondo lui Trump rispetta i leader di Qatar e Turchia per la ricchezza e il peso regionale dei loro paesi, mentre il re di un paese povero non può offrire un aereo del valore di 400 milioni di dollari o grandi accordi petroliferi. Anis Khasawneh, ex vicepresidente dell’Università dello Yarmouk, ricorda che con Joe Biden l’intesa era migliore: l’amministrazione precedente aveva imposto sanzioni ai coloni israeliani in Cisgiordania, che Trump ha revocato subito dopo il ritorno alla Casa Bianca. Nel primo mandato Trump aveva ignorato gli appelli del re contro il trasferimento dell’ambasciata a Gerusalemme e nel secondo lo ha sollecitato ad accogliere gli sfollati di Gaza.
L’opinione pubblica giordana è critica. Secondo un sondaggio di Arab Barometer, solo il 12 per cento dei giordani giudica favorevolmente la politica estera di Trump. Circa metà della popolazione è di origine palestinese, compresi circa 2 milioni di rifugiati, e questo pesa sul giudizio verso il sostegno americano alle azioni israeliane in Cisgiordania e a Gaza. A luglio centinaia di persone, guidate dall’ex ministro Amjad al-Majali, hanno firmato una lettera che chiede l’espulsione delle truppe statunitensi, accusate di esporre il paese al rischio di essere trascinato in un conflitto non suo. Prima di quest’anno, osserva l’autore, la presenza militare americana non comportava rischi apprezzabili per Amman; l’attacco a Teheran e la risposta iraniana con missili e droni contro le forze USA in Giordania hanno cambiato la situazione.
Perché allora gli aiuti continuano? Magid indica il lavoro del sovrano, che dal 1999 coltiva i contatti con il Congresso, sia con i democratici sia con i repubblicani, oltre ai legami con l’esercito americano e con la CIA. Questa rete garantisce a Amman sostenitori influenti nell’apparato statunitense anche con un appoggio minore della Casa Bianca. La guerra con l’Iran, aggiunge l’articolo, ha accresciuto il valore strategico della Giordania agli occhi dell’establishment della sicurezza, nonostante i rischi di nuovi attacchi iraniani e delle milizie alleate in Iraq. Non risultano sondaggi sull’opinione degli americani riguardo agli aiuti ad Amman. L’ambasciata USA ha declinato la richiesta di intervista all’ambasciatore James Holtsnider.
Il commento di GrNet.it
Sigonella, nell’ottobre 1985, mostrò che un alleato può difendere la propria sovranità davanti a Washington senza incrinare l’alleanza, e la Giordania di oggi vive una versione più fragile della stessa distinzione tra rapporto istituzionale e rapporto tra leader. Per un ufficiale il punto operativo è che l’ospitalità di basi straniere, utile in tempo di pace, in guerra trasforma il paese ospitante in un bersaglio senza che gli sia sempre garantito un peso nelle decisioni. L’articolo fa capire che la rete costruita con Congresso, forze armate e intelligence conta più dei rapporti al vertice, ma non dice quanto questa tenuta valga se la presenza americana diventasse politicamente insostenibile in patria. Anche per l’Italia, paese ospitante, la questione delle procedure di consultazione preventiva meriterebbe forse più attenzione di quanta ne riceva.
Fonte: Quincy · Pubblicato il 29 ottobre 2026






