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Perché l’Egitto entra nella guerra degli Houthi: i depositi del Golfo

Circa 18 miliardi di dollari, quasi un terzo dei 57 miliardi di riserve valutarie egiziane, sono depositati presso la banca centrale del Cairo da Arabia Saudita, Kuwait e Qatar. Secondo Elfadil Ibrahim, autore di un’analisi pubblicata da Responsible Statecraft, la testata del Quincy Institute, da qui occorre partire per capire perché il presidente Abdel-Fattah el-Sisi abbia voluto un impegno militare a fianco di Riyadh contro gli Houthi. Il solo contributo saudita vale circa 10,3 miliardi.

Il parlamento egiziano ha autorizzato Sisi ad assumere le «misure necessarie» per difendere il regno, dopo due rinvii. Gli Houthi, gruppo allineato all’Iran che controlla gran parte dello Yemen, da settimane colpiscono con missili e droni gli aeroporti e le infrastrutture fossili saudite. Il voto è insolito per una camera in larga parte filogovernativa: alcuni deputati si sono astenuti perché durata della missione, costi e numero di soldati non sono stati resi noti.

Il Cairo è uno dei maggiori importatori mondiali di grano, compra all’estero quote crescenti di carburante e paga in dollari gli interessi sul debito estero, valuta che non produce a sufficienza. Non risulta alcun legame pubblico tra i depositi e il sostegno militare, ma secondo l’autore non serve una richiesta esplicita. La sterlina egiziana ha toccato il minimo storico di 56 per dollaro, il servizio del debito assorbe circa il 64 per cento del bilancio e i soli interessi superano la spesa per istruzione, sanità, salari e sussidi messi insieme.

L’Egitto ha evitato per decenni gli impegni all’estero, in particolare in Yemen, dove nel 1962 Gamal Abdel Nasser inviò truppe a sostegno dei repubblicani e perse migliaia di soldati. Restare fuori si è però rivelato difficile. Quando missili iraniani hanno colpito gli Emirati Arabi Uniti, Abu Dhabi, che nel 2024 aveva sostenuto l’economia egiziana con un’operazione immobiliare da 35 miliardi di dollari sulla costa mediterranea, ha lamentato l’inerzia degli amici arabi. Il Cairo ha inviato in sordina un distaccamento di Rafale, noto solo quando i media emiratini hanno mostrato Sisi ispezionare i velivoli.

A settembre il principe ereditario saudita Mohammad bin Salman è volato al Cairo, secondo indiscrezioni per chiedere aiuto contro l’escalation. Il comunicato egiziano definiva la sicurezza saudita «parte integrante» di quella nazionale, ma non nominava gli Houthi né prometteva forze, e invocava una soluzione politica in Yemen. Sisi ribadisce che la missione è difensiva e non include attacchi allo Yemen; il ministro degli Esteri Badr Abdelatty insiste sulla via negoziale. Il Cairo cerca così un sostegno simbolico senza farsi parte del conflitto.

Resta scoperto il Canale di Suez, che vale circa il 12 per cento del commercio mondiale. Gli introiti sono scesi da 10,2 miliardi di dollari nel 2023 a circa 4 miliardi nel 2024, per le deviazioni intorno all’Africa dopo gli attacchi houthi nel Mar Rosso. L’obiettivo di 8 miliardi per l’anno fiscale 2026/27 presuppone un Mar Rosso più calmo. Da luglio gli Houthi dichiarano un blocco del naviglio saudita e a settembre hanno preso Mocha e l’isola di Mayun, ottenendo una presa su Bab al-Mandeb. Il Cairo avrebbe aperto una cellula di crisi e canali con i ribelli, ma ha margini ridotti perché fa ancora parte della coalizione a guida saudita.

Sullo sfondo c’è la guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran, giunta all’ottavo mese. Inviati di Arabia Saudita, Turchia e Pakistan, i tre membri del Patto della Mecca a cui l’Egitto dichiara di pensare «seriamente», sono stati a Teheran senza ottenere impegni concreti. Abdelatty dice di essere in contatto quotidiano con iraniani, americani e Stati della regione. Intanto Donald Trump ipotizza di riprendere i raid dopo le elezioni di metà mandato del 3 novembre, mentre Benjamin Netanyahu, stando a indiscrezioni, spinge per nuovi attacchi.

Un secondo ciclo di combattimenti colpirebbe l’Egitto più del primo. Il 29 luglio un drone ha centrato un terminale galleggiante di gas al porto di Damietta e incendiato due navi; nessuno ha rivendicato e Il Cairo non ha pubblicato le proprie conclusioni. Un esponente houthi ha definito la decisione egiziana una «dichiarazione di guerra». Pesano anche le rimesse: almeno 1,25 milioni di egiziani lavorano nella sola Arabia Saudita, e un funzionario iraniano ha avvertito che in caso di nuovo attacco «non ci saranno più linee rosse». Teheran avrebbe piani contro i cavi sottomarini, mentre data center e impianti petroliferi legati agli Stati Uniti nel Golfo potrebbero essere bersaglio.

Il commento di GrNet.it

Il 29 luglio un drone ha colpito un terminale gas galleggiante nel porto di Damietta e, a mesi di distanza, nessuno ha rivendicato l’attacco né il Cairo ha reso note le proprie conclusioni. Letto dal Mediterraneo, il dato conta più dei depositi del Golfo: significa che un conflitto nato nel Mar Rosso ha già raggiunto una sponda che interessa direttamente l’Europa meridionale, con un’attribuzione ancora aperta. Anche il mandato parlamentare lascia spazio a dubbi, perché durata, costi e consistenza delle forze non sono stati precisati, e il precedente dei Rafale inviati negli Emirati lascia pensare a dispiegamenti discreti difficili da valutare dall’esterno. Per l’Italia sarebbe utile capire se un coinvolgimento egiziano più visibile renda più o meno sicura la rotta di Suez, ma l’articolo non offre elementi per rispondere.


Fonte: Quincy · Pubblicato il 29 ottobre 2026

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